La parola di Gesù è morta

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“Voi penserete che sono pazzo, ma penso valga la pena di portare qui la parola di Gesù.”

Il missionario ventisettenne John Allen Chau voleva far conoscere Gesù alla tribù di un’isola delle Andamane, sotto giurisdizione indiana. È sbarcato su quell’isola selvaggia dalle spiagge candide e le acque cristalline per farsi trafiggere da una freccia dei Sentinelesi, la tribù che la occupa, composta di poco più di una cinquantina di individui che ricacciano ostilmente qualsiasi contatto con l’esterno da decenni.

La tribù è protetta dal governo indiano e infatti lo sbarco sull’isola è illegale, oltre che pericoloso. Certo che morire infilzati dalla freccia di una tribù selvaggia è assurdo. Quella è roba da Salgari, da libro di avventure del diciottesimo secolo. Roba da Livingston e da esploratori africani.

Morire martire per la religione, come cento o duecento anni fa risulta anacronistico. Dispiace certo, una morte è sempre una morte, e siamo convinti che nella sua fede ciecamente luminosa e ingenua, John pensava davvero di poter salvare dall’abisso le anime dei poveri isolani. Ma quelle persone che non hanno contatto con l’esterno da decenni, forse da secoli, conoscono solo la loro tribù, gli dèi del mare e del vento, e vivono senza nessun bisogno di essere salvati. Ascoltano le maree e lo stridio delle starne marine, e quella è la loro vita.

La morte del povero John assume una dimensione epica per la sua triste inutilità, perché se Gesù esiste, come concetto, come rappresentazione di qualcosa di più alto, allora è dentro ognuno di noi, in misura maggiore o minore. Il divino è nei petti dei Sentinelesi come lo è nei nostri se vogliamo vederlo. Il divino dorme nei nostri corpi imperfetti, e se lo cerchiamo, con fatica e dolore, lo possiamo tirare fuori.

Troppo spesso però non ne siamo capaci, e allora ci crogioliamo nel rancore, nell’aridità, nella morte dell’empatia verso la tribù. Quei selvaggi armati di frecce hanno la loro divinità, è nella tribù stessa, nella protezione. Quello conta e null’altro, i giorni cadenzati dal volo dei pellicani o dalle migrazioni dei pesci, o dalla crescita dei manghi. Il divino è lì nell’uomo, il divino è nei nostri petti ma è come un seme con poca terra e acqua. Farlo crescere richiede pazienza e intelligenza, cose che abbiamo perso tra gli alberi di mango e le corse dei granchi molti anni fa.

 

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