La poesia del reale di Bernardo Bertolucci

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Si è spento l’ultimo imperatore del cinema italiano. Bernardo Bertolucci è morto all’età di 77 anni, per le conseguenze di un tumore al sistema linfatico contro il quale combatteva da anni. Eppure la malattia non aveva spento in lui il fuoco sacro del cinema e della narrazione per immagini di cui è stato un indiscusso maestro. Il suo ultimo film “Io e te”, tratto dal romanzo omonimo di Niccolò Ammaniti, è del 2012, quando era già stato costretto a vivere su di una sedia a rotelle.

Autore di un cinema d’introspezione, capace di maneggiare con grande sensibilità i personaggi delle sue storie, così come lo era nel dirigere film kolossal di respiro internazionale, Bernardo è stato un uomo d’immensa cultura, linfa di cui si era nutrito fin da ragazzo. Figlio del poeta Attilio, fratello di Giuseppe pure lui regista, nasce a Parma. Cresciuto nella campagna parmigiana, da adolescente realizza i suoi primi cortometraggi con una cinepresa da 16 millimetri.

Nonostante la smisurata passione per la settima arte, Bertolucci inizialmente studiò e si dedicò soprattutto alla poesia, vincendo anche il premio Viareggio Opera Prima nel 1962. All’epoca, suo vicino di casa, era tale Pier Paolo Pasolini che gli propose di fargli da primo assistente sulle riprese di “Accattone”. Di appena due anni dopo è il suo debutto alla regia con “La commare secca”, pellicola sull’omicidio di una prostituta a Roma, sceneggiata proprio da Pasolini.

Perché all’epoca la scrittura, il bisogno di esprimersi, l’urgenza di raccontare storie non aveva barriere e il passaggio dalla poesia al cinema avveniva in maniera quasi naturale. Così come lo era scrivere film anche per altri e con altri. Tanto che a firmare la sceneggiatura di “C’era una volta in America”, l’ultimo capolavoro di Sergio Leone, con lui, c’erano anche due giovani promesse del cinema italiano. Dario Argento e Bernardo Bertolucci che, proprio come Leone, all’apice della sua carriera si troverà a girare film con budget e star hollywoodiane.

Tuttora Bernardo è l’unico regista italiano ad aver vinto con un suo film, “L’ultimo imperatore”, la bellezza di nove Oscar fra cui quello per la miglior regia e il miglior film. Così com’è stato tra i pochi registi a essere stato accusato dalla censura di “esasperato pansessualismo fine a se stesso” e vedere poi i negativi di un suo film messi al rogo. Dalle stelle alle stalle. Dal rogo all’Olimpo.

Si trattava di “Ultimo tango a Parigi” che, nonostante tutto, all’uscita nelle sale ebbe un enorme successo di pubblico e una volta riabilitato, nel 1987, era ancora il più grande incasso di sempre per il cinema italiano, un record detenuto fino al 1997 quando uscì “La vita è bella” di Roberto Benigni. Un imperatore del cinema che ha saputo farci pensare, emozionare, indignare, sorridere. Un (anti)conformista col quale abbiamo sorseggiato un tè nel deserto, ballato da sole, aspettato la rivoluzione, attraversato parte del Novecento e non solo. Perché i sogni, quelli fatti di celluloide sopravvivono anche ai loro autori, al punto da fissarsi indelebilmente nell’inconscio collettivo. Come se fossero la sacra sindone del nostro tempo. Alla faccia della censura e perfino della morte.

 

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