La strage in Yemen e l’ombra di Amal

Amal è il simbolo di un Paese e della sua guerra dimenticata, che ha provocato la peggiore crisi umanitaria del mondo; Amal è morta di fame e di stenti, tra l’ipocrisia di tanti e l’indifferenza di chi oggi, di fronte alla drammatica immagine, grida vergogna e chiede interventi per porre rimedio alla sofferenza dei bambini yemeniti.

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Mentre l’attenzione dei media era concentrata sul caso Khashoggi, assassinato in modo macabro, non tutti hanno compreso che i peggiori crimini dell’Arabia Saudita vengono commessi nello Yemen, dove la popolazione locale è soggetta ad un vero e proprio genocidio, con la complicità di USA e Gran Bretagna. Il massacro viene attentamente ignorato dai media occidentali che evitano di parlarne e di nominare i responsabili e mandanti che sono, tra l’altro, gli stessi dell’omicidio del giornalista dissidente.

Il 25 ottobre scorso le forze saudite hanno lanciato una serie di attacchi aerei su Hodeyda, principale città portuale dello Yemen, colpendo un affollato mercato ortofrutticolo; 21 civili, tra cui 5 bambini, sono stati uccisi sotto le bombe a guida laser, Mark 82, prodotte negli Usa.

“ I primi attacchi hanno colpito il mercato, e poi quando ci siamo precipitati a salvare un padre e suo figlio e un motociclista, gli aerei hanno fatto un balzo indietro e hanno lanciato un secondo attacco, uccidendo la maggior parte dei civili”.

E’ il drammatico racconto di questi terribili momenti di un soccorritore di 30 anni, lacero e pieno di sangue, disteso sul letto del pronto soccorso dell’ospedale.

Oramai sono noti i doppi attacchi dei sauditi: dopo aver effettuato un primo attacco, tornano indietro per colpire una seconda volta, prendendo di mira i soccorritori, uccidendo più persone possibile.

Questo ultimo attacco arriva solo 3 giorni dopo che la coalizione, guidata dal cigno nero Bin Salman, aveva preso di mira un’auto in viaggio, a Saad, uccidendo 4 civili e una intera famiglia di apicoltori.

Dal momento che l’Arabia Saudita ha lanciato la sua campagna di bombardamenti nel 2015 (vedi articolo del 12 agosto 2018), gli USA, la Gran Bretagna, la Francia, l’Italia e la Germania hanno venduto miliardi di dollari di armi; inoltre statunitensi e Regno Unito hanno fornito, e forniscono tutt’ora, intelligence e assistenza per il targeting di cacciabombardieri sauditi; in più le forze armate americane effettuano regolarmente rifornimenti in volo agli aerei.

La settimana scorsa l’ONU ha avvertito che il conflitto ha lasciato ben 8.4 milioni di civili bisognosi di aiuti alimentari urgenti, aggiungendo che 3 milioni di yemeniti sono malnutriti e 11 milioni di civili potrebbero trovarsi in “condizioni di pre-carestia”.

Nel luglio 2017 il principe ereditario, per rilanciare l’economia del regno, secondo “Vision 2030”, piano di riforma sociale ed economica, ha deciso di imporre una tassa di soggiorno (400 Rial mensili) ai lavoratori migranti. Ci sono 2 milioni di yemeniti nel regno saudita, che mantengono le loro famiglie e ne sono già stati deportati 1.3 milioni.

Costretti a tornare in un Paese in preda ad una crisi umanitaria e senza prospettive economiche, inoltre si prevede che le migliaia di giovani yemeniti deportati possano unirsi agli Houthi o ad Al Qaeda, per guadagnare i miseri 100 dollari mensili di stipendio.

Negli ultimi anni, nel Paese martoriato, i matrimoni di minori risultano essere il 66% di tutte le unioni legali. La storia di Nojoud Ali, la più piccola divorziata del mondo, divenuta nota grazie al suo libro biografico “io, Nojoud, 10 anni, divorziata”.

Verso la fine di ottobre scorso il New York Times pubblicava la foto di Amal Hussein, yemenita di sette anni; l’immagine straziante, lo sguardo perso nel nulla, il viso reclinato con le ossa a malapena ricoperto dalla pelle. (leggi qui)

I tentativi di nutrirla con del latte, ogni 2 ore, non sono serviti a nulla; la povera Amal, oramai stremata, vomitava tutto, ed è morta qualche giorno fa nella sua capanna di paglia, dopo essere stata dimessa dall’ospedale da campo.

Il dramma di questa sfortunata bimba è anche quello di un altro mezzo milione di bambini che soffrono di malnutrizione acuta, e di 11 milioni che hanno bisogno di assistenza immediata, secondo i dati forniti dall’UNICEF.

Amal è il simbolo di un Paese e della sua guerra dimenticata, che ha provocato la peggiore crisi umanitaria del mondo; Amal è morta di fame e di stenti, tra l’ipocrisia di tanti e l’indifferenza di chi oggi, di fronte alla drammatica immagine, grida vergogna e chiede interventi per porre rimedio alla sofferenza dei bambini yemeniti.

Lo strazio della bimba senza vita, finita in prima pagina sui più importanti quotidiani, sarà presto un ricordo sbiadito e le dichiarazioni, gli impegni scaturiti dalla “vergogna” per quel simbolo divenuto in poche ore l’emblema universale di una tragedia ha travalicato la più orribile delle immagini, non saranno altro che carta straccia.

 

 

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