Soletta e i sette asilanti morti nel rogo

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“Quando siamo arrivati sul posto e poi siamo entrati in quella casa – ha raccontato alla stampa Boris Anderegg, a capo della settantina di pompieri giunti per spegnere l’incendio – c’era molto fumo ovunque. Sia nella tromba delle scale, sia negli appartamenti. Abbiamo fatto avanti e indietro per salvare il maggior numero di persone. Ci abbiamo provato. Lottando contro le fiamme.”

Una lotta impari. Condotta in un inferno di fuoco. Una sfida che ha permesso di salvare la maggior parte delle venti persone nella casa di Wengistrasse, a due passi dal centro storico di Soletta. Ma che non ha impedito che nel rogo divampato nella notte tra domenica e lunedì perissero in sette. Fra i morti ci sono anche tre bambini. Due sono poi tutt’ora ricoverati in gravi condizioni.

Le vittime sono tutte asilanti. Di origine eritrea ed etiope. Due famiglie falcidiate dal fuoco assassino. Quattro adulti d’età compresa tra i 27 e i 33 anni e tre delle loro piccole creature. Bambini che i genitori hanno cercato in ogni modo di proteggere dalle fiamme tanto che nella disperazione del momento una delle due madri è riuscita a salvare il proprio bimbo di pochi mesi lanciandolo dalla finestra, a un passante. Un bebè nel frattempo rimasto orfano.

A vederla ora, la palazzina è un involucro grigio senza più finestre. Un cadavere completamente carbonizzato al suo interno. Il fuoco si è mangiato la vita che l’animava. Una vita che proprio dalla morte e dalla disperazione era fuggita. O almeno aveva creduto di essere riuscita a farlo. E poi, nella notte, la beffa. Una sigaretta lasciata accesa e l’incendio si è propagato dai piani bassi dello stabile, invadendo la tromba delle scale, fino agli appartamenti dei piani alti.

Uomini, donne e bambini che probabilmente credevano di aver trovato la loro salvezza in Svizzera. In una bella cittadina sul fiume Aar, placida e tranquilla. E invece no. È lì che hanno trovato la fine. In assoluto la peggiore delle morti. Manco fossero stati condannati a espirare chissà quale diabolico crimine nel più terribile dei modi. E invece no. L’unica loro colpa era probabilmente quella di essere nati dalla parte sbagliata dell’Equatore e di non potersi certo permettere di scegliere dove vivere.

Vivevano in una casa grigia. In appartamenti presi in affitto per loro dal cantone, come ha dichiarato all’indomani della tragedia il sindaco di Soletta Kurt Fluri. “Oggi è un giorno nero per Soletta”, ha anche aggiunto. Senza dubbio lo è. Ma a essersi spenta, annerita dal rogo, non è solo la vita di sette innocenti, è soprattutto la speranza di un futuro che non sia cinico e baro come a volte solo il destino riesce a esserlo. Un destino che dovremmo poter riuscire a domare. Come le fiamme dell’odio, dell’indifferenza che accompagna l’odissea di questa umanità ferita che spesso ci passa o ci abita accanto.

 

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