Sono morta tante volte

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Stasera me lo sono meritata. Ho dimenticato di stirare la sua camicia, la pasta era un po’ scotta. Non dovevo stare troppo a lungo al telefono con la mia amica, non dovevo starci proprio, a lui non piace che lo faccia e questo è quello che succede quando faccio qualcosa che a lui non piace. Ormai ci si fa l’abitudine, una mano, poi l’altra, fa un po’ male all’inizio, qui sotto l’occhio, poi quell’occhio lo chiudo, non vedo più, quasi non lo sento, aspetto che finisca, perchè finisce, prima o poi. Sono diventata bravissima ormai: o cado dalle scale, o sbatto su un’anta, basta non dire la stessa cosa troppe volte alle stesse persone. Potrei metterlo nei guai, e io non voglio, perchè è una brava persona, a volte è nervoso, ma capita a tutti, no? E poi magari non mi crederebbero nemmeno.

Mi ha detto che cambierà, mi ha portato dei fiori, erano belli, non posso metterlo nei guai. Perchè è colpa mia, lui fa di tutto per me, e io non sono capace di essere la donna perfetta che vorrebbe. Non sono brava neanche a letto, e lo so, lo so perchè a me non dice le cose che dice a quell’altra via messaggi. Io lo so che si vede con lei, non è mio quel profumo sui suoi vestiti, non uso quel colore di rossetto. Non sono brava.

Lo fa per me, per educarmi, per rendermi migliore. Lo sa che se mi punisce, ma a quelle come me serve questo. Così la prossima volta non sbaglio, non dimenticherò le sue camicie, starò attenta in cucina, non perderò del tempo. E no, non lo lascerò mai, lui ha bisogno di me e io di lui, lui può cambiare. E devo capirlo, devo perdonarlo. Anche se beve, anche se le sue mani sono martelli sul mio viso, anche se mi mette la mano sul fornello, anche se mi tradisce con chiunque. Non devo lasciarlo, l’ho capito: sono morta tante di quelle volte che ormai sono quasi abituata.

Mi ricordo di quella volta che mi chiamavo Sara, che mi ero messa in testa di mollarlo e farmi una vita con un altro. Ricordo quell’odore forte e umido che mi penetrava fino nei polmoni. Benzina. Ricordo quella luce, una scintilla nel buio, e poi una fiammata, una torcia. Ed ero io quella torcia che correva, il fuoco che polverizzava i miei vestiti, l’odore acre della mia carne che bruciava, le luci delle auto che tiravano dritto. Nessuno si fermava, non erano problemi loro. Sono caduta, mi sono consumata in un rogo. Di me è rimasto poco: così mi ha bruciata quello che lui chiamava amore.

A lui piace il fuoco, si. Quando ero Violeta, ha voluto fare le cose in grande, ha bruciato la casa. Con me dentro, si. A morire ci ho messo 20 ore. Non si sono accorti di me quasi neanche da morta. Due righe sul giornale: forse non meritavo di più.

Mi chiamavo Stefania, quella volta che invece che uscire con lui ho preferito andare a giocare a carte con le mie amiche. Così imparo a fare la femminista, la donna impegnata. Me le sono meritate quelle 8 coltellate, mi spiace solo per il nonno che ci è andato di mezzo, pover’uomo.

E quando ero Vanessa? Quella volta l’ho fatta veramente grossa: ho pronunciato il nome del mio ex mentre facevamo l’amore. E poi volevo uscire, trovare un lavoro. Ero proprio là, di spalle, ho sentito quel filo che mi si avvolgeva intorno alla gola, e poi lui stringere, stringere, il respiro che mi moriva dentro, gli occhi che sembrava volessero uscire dalle orbite, la pelle stretta intorno al collo. È dovuto andare a lasciarmi sotto un cavalcavia, forse davo fastidio anche da morta, là in casa.

Sono un fantasma, ora. Dieci, cento, mille fantasmi. Nessuno mi vede, nessuno se ne accorge. Magari me la sono anche andata a cercare. Lo dicono in tanti. Magari è vero.

Sono morta tante volte, ogni volta con un nome diverso. Sara, Stefania, Violeta, Vanessa, Noemi, Jessica, Valentina, Nicolina, Marianna, Carmela, Letizia, Laura, Michela, Federica, Debora, Marinella, Carla, Luana… Sono morta in tanti posti. Ticino, Puglia, Lombardia, a Roma e Milano, nelle campagne pugliesi, in Europa, nel mondo. Sono morta perchè non ho capito che lui mi amava troppo, più della sua stessa vita.

E della mia.

 

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