Un viaggio nel dolore

«Addio fantasmi» non induce alla serenità. Troppo dolore, troppo smarrimento senza confini, troppe risonanze filosofiche pungenti. Ma sono proprio questi «troppi» a dare sostanza ad un vero grande romanzo. Una scrittrice che ha appena quarant’anni ma una classe da vendere.

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In un giorno qualunque un uomo si sveglia, come suo solito, alle 6.16. Si veste e si prepara come sempre. Lui è docente in un liceo anche se negli ultimi tempi, causa lancinante depressione, non ce la fa più ad andare a lavorare. Siamo a Messina e quest’uomo viene affidato alle attenzioni di sua figlia, la tredicenne Ida. Quel fatidico giorno quest’ uomo esce e … scompare. Tutte le ipotesi sono buone (vittima della lupara bianca? suicida? semplicemente scappato?) ma non portano a nulla.

Ventitre anni dopo l’ex-bambina, ora sposata a Roma e autrice di racconti per la radio, riceve una telefonata dalla madre che, obbligata a rifare il tetto della casa materna, le chiede di rientrare per recuperare o salvare qualche oggetto a lei caro, evitando così la discarica. E qui comincia il dolente viaggio di Ida, la protagonista. Tornare a Messina non è un semplice viaggio nella memoria, nel proprio passato-vissuto, c’è molto di più: si devono fare i conti con tutto un cosmo di relazioni e rapporti mai risolti a causa del … fantasma. E con il senso di colpa che l’ ex-tredicenne ha custodito in tutti questi anni, rimanendo sempre impigliata in questa assenza che ha poi caratterizzato la sua esistenza tutta. Nei rapporti gelidi con la madre, nelle asciutte relazioni con il marito, nelle quotidiane fitte di dolore che sempre l’hanno accompagnata («Fra il tramonto e la cena, l’assenza di mio padre tornava a visitarmi. Aprivo il balcone sperando che il temporale filtrsse dai soffitti e squarciasse le crepe sul muro, supplicavo la tramontana di trasformarsi in uragano e rovesciare in terra l’orologio e le sedie, all’aria il letto, i cuscini, le lenzuola. Non vuoi sapere che sono diventata grande, non ti interessa? Chiedevo, e nessuno rispondeva.»)

Nadia Terranova è una delle migliori scrittrici italiane. La sua scrittura è lucida e sa raccontare il dolore facendo in modo che il lettore ne sia pervaso perché sui sentimenti vi è sempre l’accento giusto ed i personaggi vengono plasmati in tutte le loro eterne contraddizioni. Ha precisione e sensibilità. Pur non disdegnando momenti di poesia (sempre in prosa) la Terranova non cede alle lusinghe del narcisismo. Anzi, con un altro personaggio, il ragazzo italo-greco Nikos, riesce persino ad avere un sussulto di reazione, nel senso di ipotizzare l’accettazione di una nuova partenza. Ma un padre resta un padre, in special modo quando assente. La risoluzione finale e liberatoria avverrà solo con il gettare in mare, tra Cariddi e Scilla, quella scatoletta rossa sulla quale aveva investito ogni pulsione o sogno di recupero. Come fosse la celebrazione di quel funerale sempre negato, in una sorta di crematorio all’incontrario (l’acqua a sostituire il fuoco).

La mente del lettore va anche ad altri illustri siciliani, Sciascia con «La scomparsa di Maiorana» e Vittorini con la «Conversazione in Sicilia» (e qui sembra quasi una sua versione aggiornata al femminile ed al terzo millennio) ma c’è altro ancora. «Addio fantasmi» non induce alla serenità. Troppo dolore, troppo smarrimento senza confini, troppe risonanze filosofiche pungenti. Ma sono proprio questi «troppi» a dare sostanza ad un vero grande romanzo. Una scrittrice che ha appena quarant’anni ma una classe da vendere.

 

«Addio fantasmi» , 2018, di Nadia Terranova, ed. Stile Libero Einaudi, pag. 202, Euro 17,00, 2018.

 

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