Una felicità possibile nella demenza?

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Un convegno lungo un giorno. La possibilità di incontrare persone che, come me, credono che l’atto di cura possa avere una valenza convalidante, curativa, restituente.

demenza interno

Tante testimonianze, tante esperienze ma soprattutto tanta passione per il proprio lavoro, per l’accudimento di chi è fragile, e la rassicurazione sul fatto che “non siamo gestori di fallimenti”.

 

L’approccio del metodo capacitante di Pietro Vigorelli ha la forza e l’efficacia delle cose semplici. Si basa sul riconoscimento, fino alla fine, delle competenze residue di chi ha come malattia una decostruzione interiore progressiva. E il tema più bello, quello che mi ha attirato come un’ape sul miele, è l’innovativo concetto di una felicità possibile nella malattia.

Questa affermazione è eversiva, polemica, geniale e vera. Si può assistere un anziano fragile e disorientato in modo che riesca a essere felice. È possibile, l’ho visto accadere, ma per farlo dobbiamo necessariamente cambiare il nostro punto di osservazione, mettere in discussione le nostre certezze, ammettere che le parole sconnesse, il mondo assurdo dell’altro, un senso lo hanno.

Sto facendo una formazione di assistente di cura e ho sentito dire in classe che la demenza ti toglie la capacità di pensare e per questo cancella il tuo essere “io”, ho sentito dire che è frustrante e non interessante avere a che fare con i pazienti dementi. Ma se una persona parla, e se le parole sono la forma udibile, verbale, di un pensiero, allora vuol dire che il pensiero esiste ancora. E chi siamo noi per stabilire che così non è? A che titolo decidiamo che il pensiero e le parole che lo esprimono, un senso non ce l’hanno solo perché noi non riusciamo a comprenderlo? Chi siamo noi per stabilire che la realtà vera sia la nostra è solo quella?

Se dovessi stabilire che tutto quello che non capisco in realtà non esiste, non ci sarebbero La matematica, la fisica, l’astronomia, l’ingegneria …l’arabo, il cinese, il russo …. non ci sarebbero la maggior parte delle cose tale è la mia ignoranza. E allora…. come poter affermare che una persona affetta da demenza non sia un essere pensate?! È un ossimoro. È bello, è interessante lavorare con (e non per) le persone con demenza perché ti da la possibilità di imparare cose nuove e trovare strategie che scartano dalla regola. Fondamentale, dopo aver riconosciuto la dignità della persona, è cercare … trovare un ponte di comunicazione, un contatto, un luogo di condivisione perché la comunicazione è il bisogno primario di tutti gli esseri animali, e l’uomo è un animale.

Per farlo bisogna conoscere, leggere, ascoltare imparare perché non è né semplice, né immediato né logico. Però è possibile. Oggi è stata una giornata felice in cui sono stata a mollo in una condivisa comprensione. Grazie al Gruppo Anchise che aiuta i malati di Alzheimer e soprattutto le loro famiglie a vivere un po’ di felicità nel difficile tempo di vita che resta.

*Ausiliaria di cura

 

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