Borradori: che bella la tassa sul sacco!

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Nella seconda metà degli anni ’90 la gestione dei rifiuti vedeva lo scontro tra chi voleva la tassa sul sacco e chi no, tra chi nello smaltimento ha creduto ai venditori di fumo e chi no.

Giuliano Bignasca saliva sulle barricate, giurando e spergiurando che la tassa sul sacco non si sarebbe mai fatta. La Lega in toto seguiva il grande leader senza eccepire, anzi, con l’estrema convinzione che il rüt, come per miracolo, avrebbe dovuto essere pagato piuttosto dai marziani, ma mai dai ticinesi che questa spazzatura la producevano.

Tra chi non voleva la tassa sul sacco c’era Marco Borradori, allora direttore del Dipartimento del territorio. Disse di no all’iniziativa Lepori-Righetti sulla tassa sul sacco e sempre si adoperò per sostenere i Comuni che non prelevavano alcuna tassa, a dar seguito alla legge federale.

Marco Borradori era anche tra chi credeva ai venditori di fumo. Portò il Cantone, con l’aiuto di Marina Masoni e Giuseppe Buffi, a scegliere per il sistema di smaltimento Thermoselect, che si risolse in una bolla di sapone carissima, perché i ticinesi dovettero portare per almeno 10 anni oltre 100’000 tonnellate di rifiuti oltralpe, al costo di trasporto di ca. fr. 100.- a tonnellata. Un’avventura da decine di milioni pagata dei contribuenti che non avrebbero dovuto scucire un soldo per la tassa.

Il 17 dicembre 2018, oltre vent’anni dopo, Borradori commenta serafico il sì di Lugano alla tassa sul sacco affermando che si tratta di una decisione storica. Certamente lo è, ma se questa storia è durata tanto ed è costata ancor di più una bella fetta di responsabilità ce l’hanno proprio lui e i suoi compagni di merende.

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