Bright

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Siamo abituati fin da sempre ad avere un concetto molto ambiguo di “classe sociale”. Come se non esistessero, come se infine non ci fosse differenza tra i nati privilegiati e coloro che fin dal principio sono destinati all’oblio di una vita grezza e povera. È quello che succede nel nostro mondo occidentale, nelle grandi città americane ma anche europee.

Bright, del regista David Ayer, usa come incipit un mondo dove l’umanità non si preoccupa del proprio colore della pelle, ma le differenze di classe sono semplicemente dovute alla specie; un mondo moderno dove coesistono elfi, orchi e magia. Nell’interessante creazione di Ayer, il sempreverde Will Smith funge da tramite tra i due mondi, una volta entrato in contatto con il suo nuovo partner di pattuglia, l’orco Jakoby, pesantemente discriminato e assunto solo in base a un programma governativo per la multiculturalità.

Il film è di una sincerità quasi brutale; in virtù di vecchi crimini, gli orchi sono relegati ai ghetti, tra violenza e miseria, mentre i pulitissimi elfi occupano i quartieri ricchi, tra lusso e sfarzo. La storia del film sembra seguire una normale trama poliziesca, inserita in un contesto mai – o raramente visto. Una critica alla società moderna diretta e pertinente, in cui la radicale differenza di fisionomia rende evidente il problema delle diverse estrazioni sociali, del pregiudizio e della discriminazione.

Un film che, tutto sommato, non resiste alla tentazione di lanciare una stoccata alle élite, ponendo come antagonista la classe alta, l’1%. Spesso e volentieri non resiste nemmeno alla tentazione di mostrare analogie così pertinenti da essere quasi sconcertanti, paragonando in modo neanche troppo velato la situazione dei ghetti orcheschi a quelli neri nelle grandi città americane, dove la polizia è assente o criminale e il tessuto sociale è ordito da “capiclan” che agiscono in modo del tutto simile alle stereotipate figure dei leader di gang della cultura pop. Allo stesso modo, gli esseri umani sono relegati al ruolo di classe media, senza aspirazione e incastrata in lavori di ufficio, da funzionari o uomini di servizio.

In un contesto che alla base è identico a quello reale, il film segue la relativamente scontata trama dell’uomo comune che riesce a sollevarsi e combattere il potere alla sua radice; tuttavia, il setting “fantasy” del film dà una carica tutta nuova, rendendo la pellicola molto interessante e semplicemente divertente; “Bright” non segue il paradigma secondo cui la critica sociale in un film sia da associarsi a una visione lenta e riflessiva del lungometraggio, bensì si mostra disponibile e volenteroso di inserire il giusto numero di sparatorie, risse, inseguimenti ad alta velocità e duelli magici.

“Bright” è un film figlio di una nuova generazione di menti, per cui il cinema non è un solo modo per evadere dalla realtà ma anche un modo per descriverla e mostrarne la natura al mondo – ma comunque, questo non significa che nel farlo non ci si possa divertire.

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