Bronson

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Il tema del supercriminale, della bestia umana o dello psicotico è sempre stato una manna dal cielo per i produttori cinematografici. La sola esistenza di un personaggio la cui malvagità o violenza sono in grado di suscitare un profondo e perverso fascino è materiale sufficiente per la produzione di un film. In alcuni casi, costui nemmeno esiste, come nel caso del famoso Hannibal Lecter, a cui sono stati dedicati film e serie TV pur essendo vivo solamente nelle pagine di un romanzo.

Non è questo il caso del britannico Michael Peterson, che fin da giovane prese il nome di Charles Bronson – il prigioniero più famoso del regno unito. Bronson è un maniaco violento, il cui unusuale hobby è di denudarsi, ungersi e lanciarsi in selvagge risse con chiunque capiti. Ha all’attivo 34 anni di prigione in oltre 120 carceri britanniche, di cui 30 in isolamento, data la sua abitudine a prendere in ostaggio un prigioniero qualunque con il solo scopo di potersi misurare con la dozzina di guardie armate di manganello accorse per ristabilire l’ordine. “Bronson”, film del 2008 diretto da Nicolas Winding Refn e con Tom Hardy come protagonista, non cerca di spiegarci perché Bronson è ciò che è, ma semplicemente cosa è.

Perché Bronson si comporta in modo simile? Non lo sappiamo, il film non finge di saperlo, e forse neppure Bronson stesso lo sa – e anche se lo sapesse, non ne parla. Il film è di una semplicità quasi surreale, tanto da essere sufficientemente comprensibile da impressionare nel profondo lo spettatore. Non si cercano motivazioni, non si parla di cause e effetti. Il film risulta quasi irritante, dato che alle mille domande che questa figura è in grado di evocare non viene fornita risposta. Quando gli viene permesso di frequentare un atelier artistico, subentra un sollievo in colui che guarda la pellicola; finalmente ha trovato qualcosa di diverso in cui trarre piacere, finalmente possiamo identificarci con quest’uomo, che infine è come noi. Ma non appena inizia a mostrare progressi, che succede? Prende in ostaggio il maestro, e gioisce nel venire pestato a sangue dai secondini. Quale persona, financo masochista, potrebbe trarre gioia dal venire massacrato fino all’esaurimento per oltre trent’anni senza sosta?

Un celebre personaggio di un altrettanto celebre videogioco (tema a me caro, chiunque se ne interessi saprà attribuire la citazione) definisce la follia come l’atto di fare ripetutamente la stessa cosa aspettandosi risultati diversi. Ne concludiamo quindi che Bronson non è un folle, dal momento che sa benissimo cosa ottiene quando sceglie per l’ennesima volta di sfidare l’ordine normale delle cose.

Valore aggiunto a questo film è Tom Hardy, eccellente e poliedrico attore, che non solo, come sempre, recita alla grande, ma riesce anche a trasmettere perfettamente la dimensione fisica degli eventi, ponendo un piano di analisi diverso da quello psicologico, che, come già detto, è insondabile e incomprensibile. Tanto che nemmeno la presunzione del cinema osa permettersi di darvi una spiegazione.

Un film che consiglio a tutti, poiché raramente ho visionato qualcosa in grado di lasciarmi altrettanto irrequieto dopo i titoli di coda. E nel caso vi piacesse leggere, Bronson stesso ha pubblicato diversi libri…

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