Chiara, che sola illumina una stanza buia

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Oggi tornando a casa in bici dal lavoro ho incrociato un amico che non vedevo da un po’ .
Lui lavora in banca e aiuta la gente a investire i propri soldi (si vede che non ci capisco niente di ‘sta roba e la so spiegare solo così).
Mi chiede cosa combino di bello e gli racconto del mio lavoro e delle formazioni che sto facendo.
Mi dice che è contento di vedermi così appassionata. 
Poi mi fa: scusa non ho capito… sei così contenta di un lavoro in cui “lavi, vesti e pulisci il sedere ai vecchi?!” 
Certo, detto così… 
Ho cercato di spiegargli il concetto di bisogno e di prendersi cura dell’altro, la bellezza di aiutare una persona dove da sola non riesce, la grandezza di riuscire a stimolare le competenze residue di qualcuno nei semplici atti di igiene. – Pensa se non ti ricordassi più come si fa a lavarti la faccia la mattina- gli ho detto.
Ma puoi dire, puoi spiegare, puoi raccontare, però se questa emozione non la vivi mica la capisci.
Dove lavoravo prima c’era una ragazza bella che quando si occupava di quelle signore che passano il giorno in bascula in silenzio e senza più muoversi perché non lo sanno più fare, le vestiva sempre come se dovessero uscire per un aperitivo con le amiche; metteva un’attenzione, una cura nell’occuparsi di loro e della loro femminilità che mi stupiva tutte le volte
Ogni volta che le vedevo tutte belle con il foulard annodato in modo elegante sapevo già che se ne era occupata Chiara, bella ragazza allegra e talmente vitale e energica che da sola poteva illuminare una stanza buia.
L’atto di cura è questo, è aiutare le persone a vivere in modo dignitoso sempre e comunque.
E si… li aiuto a lavarsi, a asciugarsi , a vestirsi, a mangiare, a pulirsi, e a ricordarsi.
C’è un lavoro più bello del mio?

*Ausiliaria di cura

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