Grazie di pancia

Quest’anno mi sono ingozzata di storie di cibo. Spero abbiano saziato un pochino anche voi. Ecco chi ho incontrato, dove trovarli e perché conoscerli. E forse questa, è solo una scusa per dire grazie a chi mi ha raccontato, chi non lo ha fatto e chi lo farà.

Di

Se inizio a parlare di cibo, nonostante molte lacune, attacco con una parlantina che rischia di annoiare anche i muri. Mentre studiavo all’università, non sognavo la laurea, ma di aprire un locale, lo avrei chiamato ‘La scarpetteria’. Ancora gattonavo che già leccavo i piatti fino allo sfinimento. In pizzeria devo provare almeno due gusti e quando viaggio prendo sempre un paio di chili, anche se vado nel deserto. Anni fa mi presentai pure ai provini di Masterchef. Ma alla fine più che a cucinare, eccello nel curiosare, assaggiare e credere nell’Hummus come portatore di pace. Volevo forse un ristorante, poi le cose sono andate diversamente. Ho iniziato a scrivere di un po’ di tutto e ho iniziato a farlo in Ticino. Ci ho trovato un mondo intero (tra i fornelli) da scoprire. Qualcuno mi diceva di aprire un blog, qualcun’altro di aprire un sito dove segnalare i ristoranti. Alla fine, sapendo che GAS non crea muri manco attorno ai piatti, ho deciso che se volevo parlare di zuppe del Ramadan o di momo e empanadas d’immigrate, dovevo cominciare da qui.

Così ho viaggiato.

Sono partita dall’Africa, dalla capitale dell’Etiopia: Addis Abeba. A Lugano si trova in via Maraini 12 e lì puoi gustare un ragù fenomenale e accompagnarlo con zighinì e injera. Il giorno che sono andata a trovare la coppia Tess e Addis non ho mangiato con le mani, come si usa fare laggiù, ma poi l’ho fatto in casa di richiedenti l’asilo, invitata dall’Associazione DaRe. Da loro ho bevuto caffè eritreo, una squisitezza speziata allo zenzero. Anche se non ne ho scritto, quelle facce e piatti me li porto nel cuore e se ancora non conoscete DaRe, buttate un occhio al loro sito.

A maggio ero disperata, volevo farmi raccontare qualche piatto del Ramadan, ma non sapevo se ce l’avrei fatta. Poi, alla festa delle famiglie di Bioggio, ho trovato Naima: stava preparando l’harira. Era proprio la zuppa che cercavo, non avrei mai pensato di trovarla a due chilometri da casa.

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In Asia ci sono stata più volte. Ultimamente a Balerna ho fatto una capatina in Vietnam, con Thu ho imparato a fare un’insalatina di papaya verde che è la fine del mondo. E se volete anche voi cucinare con le bacchette, andate a trovarla. In pieno inverno invece ho sperimentato i gusti di Singapore con Fiona, che se mai aveste voglia di sperimentare, qui trovate qualche ricetta (queste le ho fatte tutte e poi fotografate nella lighthbox, quasi come una foodblogger). Poi, visto che un solo capodanno non mi era bastato, sono andata a festeggiare l’anno del Cane al centro culturale cinese ‘Il Ponte’. Passateci se volete imparare a fare dei Jiaozi (ravioli) meravigliosi.

Infine il Giappone. Che dire? Non perdetevi il prossimo Japan Matsuri di Bellinzona e cercate Luca e Naoko, perché, se ancora non lo sapevate, non di solo sushi vive il giapponese!

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L’America del Nord l’ho sorvolata. Lasciando da parte hamburgherazzi e patatine, volevo capire quanto è blando il cibo messicano che si trova qua. Così l’ho chiesto a Teresita, che assieme all’Associazione Camino Cultural, ha portato in Ticino un po’ di autentico sabor di Guadalajara, facendomi innamorare dei carboidrati del ‘Pan de elote’.

Spingendomi a sud, a Ponte Tresa, sono arrivata in Cile. Con Ines Alarcon ho riso, cucinato e provato ammirazione per la sua tenacia. Ho imparato a fare le empanadas e scoperto dove comprare marmellate con frutti esotici, ma pure con castagne super local. Prima di natale avrei dovuto vedermi con Carlo e Mary, per fare un salto a Cadro. Volevo capire come si passa il Natale in Brasile, ma senza De Sica. L’appuntamento è saltato, magari parleremo di feijoada e Bolsonaro nell’anno che verrà.

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Ma quanto tira il cibo?

Nel 2018 più che mai: dalla solita esclusiva rassegna S. Pellegrino Sapori Ticino, alla più ‘pop’ Lugano Città del Gusto. Tira per gli innumerevoli corsi per amatori, ma soprattutto hanno tirato i food truck. Il cibo di strada è diventato protagonista indiscusso di primavere ed estati nostrane. E pensare che prima (quasi) conoscevo solo Ewolo. Nel 2018 è talmente cresciuta la presenza dei moderni venditori ambulanti, che è pure nata una cooperativa di settore. Perché sì, con lo street food persone di ogni età hanno potuto rimettersi in discussione. Come Robert che dalla disoccupazione è passato a girare la Svizzera con il suo Kumain Bbq. E si merita successo, perché i suoi spiedini filippini sono troppo succulenti.

Creare cibo è talmente un’arte, che diventa pure patrimonio dell’Umanità. Lo sanno bene i pizzaioli napoletani onorati lo scorso dicembre dall’Unesco. Se volete un assaggio dell’arte partenopea, passate al Tomatika, non rimarrete delusi.

Il cibo che parla però non è solo quello che si mette in mostra. L’ho scoperto andando all’azienda la Colombera lo scorso inverno. Lì, senza troppi fronzoli, ci si scambia ogni anno semenze rare. Nel 2019 l’appuntamento è fissato al 3 febbraio.

Tra chi propone cibo, ma sembra essere in difficoltà ci sono invece le Botteghe del Mondo. Dopo l’ultima chiusura (quella di Lugano) la voglia di non farle sparire deve rincominciare a crescere. Così, se ancora vi manca qualche pensierino natalizio, fateci un salto. Io lo farò per comprare l’olio che arriva dalla Palestina. E, rimanendo in tema Medio Oriente, vi dico che per scoprire se l’hummus è davvero portatore di pace, sono arrivata fino al Souk el Tayeb. Così, se passate da Beirut, googlatelo prima di partire. Poi, magari, cercate anche Soufra, un piccolo food truck che pare aver portato un po’ di speranza all’inferno.

Ma torniamo alle fiamme di amorevoli camini accesi. Mi accingo a farvi gli auguri e salutarvi. Una cosa, però, mi ronza ancora nella testa: davvero dall’anno scorso le sorti dei decapodi sono cambiate? Vabbè, intanto, se volete sapere dove mangiare del buon pesce, cercate Massimo Del Canale.

P.S. Vi riciclo un regalino dell’anno scorso, la ricetta dei biscotti di Franca Canevascini, in arte ‘la Rose’.

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