I diciottenni maratoneti di domani

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L’idea di Manuele Bertoli di prolungare la scuola dell’obbligo a 18 anni si unisce molto con l’idea che mi sono fatta dei giovani in generale, e degli adolescenti in particolare, osservando il loro percorso di crescita. La visione di Bertoli mi ricorda la favola di Esopo della lepre e della tartaruga. Sarà anche perché sono cresciuta in una famiglia di insegnanti, (io stessa ho frequentato l’allora Scuola Magistrale).

In casa sentivo spesso dire che gli individui sono un insieme di piccole e grandi situazioni, che possono trasformarsi solo se si dà loro la possibilità di compiere, in maniera graduale, un percorso psicofisico che non sia penalizzante, anche se le regole sono inderogabilmente uguali per tutti. In essa si denota una certa apertura mentale di chi ha il polso dei cambiamenti sociali ma soprattutto di chi ha a cuore la vita di giovani che non sono i primi della classe ma che possono recuperare se si dà loro l’opportunità, per non relegarli nella squadra dei perdenti ma nella squadra di chi può ancora farcela, anche se i tempi supplementari sono scaduti.

Gli studi sulle neuroscienze hanno stabilito in che modo l’ambiente esterno, ma soprattutto i fattori ormonali incidono sullo sviluppo dei giovani, a iniziare dall’amigdala, dal sistema limbico e dalla corteccia prefrontale, che determinano molti comportamenti giovanili. Gli adulti spesso condannano gli adolescenti senza conoscere i motivi neurologici scientificamente provati, che stanno alla base di certe loro risposte comportamentali. La corteccia prefrontale è una parte interessante del cervello. Si occupa di una serie di funzioni cognitive di alto livello, come: prendere decisioni, organizzarsi su cosa fare domani, tra una settimana o tra un anno. Inoltre inibisce atteggiamenti inappropriati, in modo da evitare di dire cose sgarbate o fare cose veramente stupide. Si occupa anche dell’interazione sociale, di capire le altre persone e dell’autoconsapevolezza. In poche parole è dove nasce la responsabilità individuale e sociale.

Nell’adolescente questa parte del cervello subisce dei cambiamenti lenti e notevoli, mentre le risposte emotive dei singoli adolescenti cambiano da individuo a individuo. Oggi, grazie alla diffusione di avanzati sistemi di scanning del cervello, come la risonanza magnetica funzionale si sa che il nostro organo pensante continua a crescere e a svilupparsi per tutta l’adolescenza, e durante i primi 20 o 30 anni della nostra vita. Fino a 15 anni fa si pensava invece che il cervello raggiungesse il suo sviluppo nell’infanzia.

Finalmente qualcuno inizia a capire che ci sono dei tempi di maturazione, che non coincidono forzatamente con i ritmi imposti dal sistema scolastico. Perché non è detto che un frutto acerbo, che non matura secondo i dettami prestabiliti, non maturerà mai. Come non è detto che chi inciampa e cade oggi non possa diventare un maratoneta domani. Finalmente si inizia a considerare che è più dannoso, socialmente parlando, mettere sotto pressione e eliminare senza deroghe, ragazzi di 14 anni invece di dare loro l’opportunità di rimettersi in gioco, con una tempistica diversa e più dilazionata negli anni.

Così com’è strutturato il percorso scolastico, che ha ovviamente delle ragioni funzionali al sistema, non viene data la possibilità di trovare la strada più consona, soprattutto quando l’adolescente brancola nel buio. Si corre su un binario unico: o vai alla velocità richiesta o finisci sul binario morto, e sei fuori dal circuito. E con ciò intendo dire, come diceva Don Milani, che una scuola che non fa progredire indistintamente tutti gli individui è una scuola fallimentare, anche se ci sono diverse scelte formative. Ed è proprio quel binario morto che decreta la fine e mi preoccupa.

Ricordo, dieci anni fa, un direttore di liceo che salutando gli studenti del primo anno disse loro: lo vedi il compagno seduto accanto a te? Ecco, tu arriverai in seconda, lui no. Gli studenti iniziavano l’anno con il vademecum stampato sul banco: o vinci o fallisci (che è molto peggio dell’aver perso). Finalmente qualcuno apre la mente, e comincia a capire che le differenze fanno la totalità di una comunità, e che grazie all’unicità dei singoli una società può ritenersi evoluta. L’idea contempla aspetti che non sono legati unicamente al rendimento scolastico, alla prestazione competitiva, alla selezione, che qualcuno vuole come naturale, ma mette al centro coloro i quali diventeranno i futuri cittadini. Perché non si tratta solo di giudicare gli sdraiati sul divano mentre è fondamentale evitare che si sdraino, creando un contesto educativo e formativo che contempli il reale stadio evolutivo e psico-affettivo dell’adolescente.

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