Il figlio in fin di vita e non può raggiungerlo

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C’era la guerra allora. Mio padre, classe 1920, vide sospendere la sua gioventù da 5 anni di conflitto. La ferma della scuola reclute si tramutò in un’interminabile serie di servizi, guardie ed esercitazioni per il tempo in cui il mondo, al di fuori della Svizzera, si massacrava senza pietà.

Mio nonno stava morendo nel 1940, ma c’era la guerra e allora mio padre non ottenne il congedo per vederlo un’ultima volta.

Quell’amarezza lo accompagnò sempre, amarezza poi sopita dalla vita e dal tempo, ma il senso di ingiustizia fu pesante e crudele.

Negli Stati Uniti, Abdullah Hassan sta morendo, non è un vecchio di ottant’anni, ma un bambino yemenita di due anni affetto da malformazione cerebrale. Le macchine pietose, o crudeli a seconda dei punti di vista, non gli permettono di andarsene e lo tengono ancora in vita. Lui e il papà sono negli USA, sono cittadini americani. Non così la madre.

Non c’è problema, no? Quella povera donna deve solo salire su un aereo e raggiungere il suo bambino per poterlo salutare prima che la sua piccola anima scivoli nel buio.

C’è però un piccolo intoppo, un’inezia propagandistica dell’amministrazione Trump: si chiama Travel Ban, il divieto di viaggio che nella fantasia del presidente terrà lontano il terrorismo dalla terra a stelle e strisce.

Il Travel Ban impedisce ai cittadini dei Paesi ritenuti a rischio di entrare negli USA. Lo Yemen, da anni massacrato dall’alleato saudita degli USA (per cui ovviamente non c’è nessun ban), è uno di quei Paesi.

Ecco perché quella donna, come mio padre, per motivi decisi da altri, da persone che non si chinano su prosaici problemucci come l’affetto o il dolore, non potrà raggiungere suo figlio.

Difficile pensare a qualcosa di più crudele, di più definitivo e scellerato, che impedire a una madre di vedere suo figlio morente. Shaima Swileh, residente in Egitto, ha ora chiesto un permesso speciale al dipartimento di Stato USA per entrare nel Paese. Speriamo per lei in un esito positivo, ma qualcosa in fondo al cervello ci dice di dubitare, di essere poco ottimisti.

Se c’è proprio qualcosa che oggi non conta quasi più, sono le singole persone e i loro drammi. Drammi che non riguardano la nerboruta gestione della cosa pubblica del presidente Trump.

Drammi dei quali, con poco, pochissimo sforzo, potremmo lenire il dolore almeno in parte.

Se solo lo volessimo.

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