Il genocidio della dignità

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Venerdì scorso il Tribunale Federale di Losanna ha accolto il ricorso di Poggi contro la condanna per ripetuta discriminazione razziale, inflitta dalla Corte di appello e di revisione penale di Locarno nel giugno 2017 per le sue opinioni negazioniste sul massacro di Srebrrenica pubblicate sui media nostrani. L’ex deputato leghista esulta “è una bella giornata per la libertà d’espressione” ma, al tempo stesso, è uno schiaffo morale per un’intera comunità e per la verità.

Sarò sincera, in principio, quando lessi la notizia per la prima volta, non avevo intenzione di scrivere qualcosa a riguardo. Un po’ perché non avevo voglia di mischiarmi a personaggi di basso calibro come Poggi, che esulta per una sentenza che sì, lo scagiona da una parte, chiamando in causa la libertà d’espressione, ma che dall’altra conferma il fatto che le sue esternazioni non sono, assolutamente, veritiere. Detto in parole povere il Tribunale Federale ammette che Poggi ha il diritto di sparare castronerie, ma sempre castronerie rimangono. La seconda motivazione era il fatto che parlare di lui e quindi di Srebrenica avrebbe comportato riaprire quelle vecchie ferite che mi porto sottopelle. Scrivere su Srebrenica, sulla guerra in ex Jugoslavia significava, in un certo senso, gettare sul foglio, in modo brusco e grezzo, anche una parte di me e della mia famiglia. E non volevo.

Sono stata molto fortunata io, sono nata anni dopo la fine del conflitto e ho sempre vissuto in Svizzera: non ho mai quindi conosciuto in modo diretto la carneficina umana e il peso che cinge colui che non ha più niente, e dalle macerie deve ricostruirsi una vita. Ma la stessa fortuna non è toccata a tutti; perciò ho deciso di sfruttare questa fausta sorte per testimoniare in nome di tutte quelle persone e contribuire, nel mio piccolo, alla divulgazione della verità, per rendere giustizia alla vittime e per la riconciliazione delle pseudo entità post Jugoslave.

Leggendo gli scritti di Poggi e confrontandoli con altri negazionisti del genocidio di Srebrenica ho potuto constatare che sono uno lo specchio dell’altro, o meglio, un continuo arrampicarsi sugli specchi. Tutti gli “allergici alla realtà” iniziano i propri discorsi dicendo che il tutto è frutto di un’accurata documentazione, eppure, leggendo le righe successe, è evidente che le tesi si basano su un’informazione superficiale, alterata per giunta, da nazionalismi e dipartismi.

Perché, caro Poggi, se ti fossi informato veramente su ciò che accadde in quel maledetto mese di luglio del 1995, non faresti domande provocatorie riguardo numero delle vittime, non tireresti fuori complotti assurdi sulla NATO o l’ONU e non terresti la parti di quei macellai, figli di un branco di cani nutriti d’odio e nazionalismo, che hanno massacrato la mia gente.

Se ti fossi informato quel minimo, avresti capito che la frase “non ci sono morti di serie A e di serie B” per la popolazione bosniaca non vale. La mia gente non è di serie A o B, ma Z; lo è diventata quando il mondo invece di aiutarci ci ha ripreso con una macchina cinematografica. Nelle torridi estati i telegiornali si sono riempiti con immagini dell’assedio di Sarajevo, Mostar, Tuzla, Žepa, Goražde, Bihać e Srebrenica, città sventrate come i propri abitanti, mentre forse te ne stavi a pancia all’aria in qualche spiaggetta che si affacciava sul Mar Adriatico, lo stesso mare dove confluivano i fiumi della Drina, Una, Narenta, sporcati dal sangue dei morti. Le madri di Srebrenica ed altre associazioni nate per ricercare la verità e la giustizia hanno come unico scopo questo: rendere tutte le vittime della guerra in Bosnia di serie A, senza trasformarle in carte da gioco, dove vince chi ha nel mazzo il maggior numero di morti, senza alimentare ulteriormente il fuoco dell’odio etnico.

Su una cosa ti posso dar ragione: i media non hanno raccontato tutto. Non hanno mai detto per esempio che i paramilitari serbi dopo aver ingannato la popolazione ed aver ucciso tutti gli uomini hanno fatto a pezzi i corpi per poi gettarli in diverse fosse, così da far aumentare le probabilità di non riconoscere le vittime. Oppure di come i caschi blu assicuravano la loro protezione alle donne, chiedendo loro prestazioni sessuali. Hai capito? Per aver salva la pelle hanno dovuto vendere a caro prezzo il loro corpo. E poi vogliamo parlare della popolazione dei rom neri (mussulmani) sterminati nelle zone limitrofe; posso assicurare che leggere anche solo una di quelle testimonianze ti fa perdere tutte le speranze per il genere umano.

Oggi Srebrenica è una cittadina a maggioranza ortodossa. È un paese che non consente ad un uomo di fede ebraica di diventare sindaco perché la sua religione non è divenuta etnia. Srebrenica è una cittadina muta e silenziosa, la gente non parla, lo fanno i sepolti per loro.

Camminare per il cimitero pieno di stele bianche che puntano al cielo è come entrare nelle case e nelle vite dei sopravvissuti, in quelle famiglie a metà. Su una lapide vi è un cappotto, il tenero gesto di una mamma verso il figlio che non c’è, perché nemmeno la morte può niente contro il legame fra una madre e il proprio cucciolo eterno. Più in là un fratello parla con il suo gemello “lo vedi anche tu che bel tempo che fa oggi qua giù?” dice. Non riceve risposta ma sorride lo stesso. E poi discosta fra tutti c’è una piccola bambina che è venuta a trovare lo zio e il nonno. Pulisce le lapidi, per lei è solo un gioco, che la unisce a qualcuno che non ha mai conosciuto.

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Foto di Claudio Colotti

Vedi, Poggi? È questo che ti lascia una guerra: moribondi, assenze e bambini che giocano sulle tombe.

Non credi a queste persone? Allora ti consiglio di andarci, a Srebrenica, portati dietro anche una vanga. Scava, scava, continua a scavare finché troverai una bara verde, aprila e guarda cosa c’è dentro. Lo vedi? Solo ossa e polvere. Adesso alza lo sguardo. Tu che stai in basso fra i morti e i vermi e loro, i vivi che ti guardano senza dire nulla.

Questo sarà il genocidio, il genocidio della tua dignità.

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