Il più forte della classe

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Alle elementari ero il più forte della classe. Oddio, non è proprio vero, ero pari merito con un bambino sardo, Bruno Ruggiu.

Il Ruggiu, perché così lo chiamavamo, era come gli Stati Uniti e io l’Unione Sovietica. D’altronde si era in piena guerra fredda. Un patto di mutua non aggressione era sancito dalla classe con una logica ferrea, scaturita dopo un incontro di lotta dove nessuno dei due aveva prevalso: sono forti uguali.

E così, per evitare umilianti sconfitte, col Ruggiu, bambino d’onore, si era stabilita questa tregua. Che poi non era cattivo il Ruggiu, e nemmeno io. Eravamo bulli buoni, non infastidivamo gli altri, solamente non ci dovevi pestare i piedi.

Noi bambini degli anni ’70 si era molto più ruspanti e ci si menava quasi a ogni ricreazione. Il bullismo era ancora là da venire, e cazzotti, spintoni e calci erano pane quotidiano. La rivalità tra le classi A e B delle baracche era conclamata: A uguale Asini e B uguale Bestie. Poi si usciva a ricreazione, in quel meraviglioso campo da calcio con l’alopecia polverosa, e bastava uno sguardo o una parola sbagliata per fare partire la rissa. Un po’ come nella “Guerra dei bottoni” di Pergaud.

E se qualcuno chiamava la mamma o il papà, come aveva fatto Daniel, era il pubblico ludibrio scolastico, l’isolamento. O le pigliavi e le davi in silenzio o eri la spia, e allora diventavi invisibile, reietto, odiato.

Non dico che fosse bello, era quello. Quelle risse ci hanno fatto crescere, alcuni più dignitosi e puliti, altri farabutti. Imparare a lottare ti permette anche, dopo, di riconoscere la bestia e di controllarla, pilotarla in energia positiva. Ci permetteva di capire il branco e le sue dinamiche. Per assurdo, troppa protezione dalla crudeltà rende vulnerabili, fragili.

Non so che fine abbia fatto il Ruggiu, ma vedo ancora la sua faccia, con i capelli spessi e folti tagliati a spazzola, lo sguardo liquido e scuro e la stretta di mano che sanciva la tregua tra superpotenze.

Ci penso e mi manca quell’avversario così dignitoso e leale. Mi manca la semplicità di quelle botte schiette, delle prove di forza da branco. Semplici, pulite nella loro infantile violenza. Oggi tutto è diverso e la rabbia te la devi tenere e inghiottire troppo spesso.

Ricordo i volti di Attilio, di Luca, di Roberto e dell’Andreas. Della Tamara, il mio amore dell’elementari che poi aveva militato nell’altra banda.

Oggi ci sono i Quadri, i Robbiani, i Borghezio, i Salvini e le Pantani E avrei disperatamente la voglia di trovarmi con loro anche solo un momento, uno solo, su quel prato spelacchiato.

Tornare indietro per cambiare il futuro.

Il confronto schietto, pulito, senza trucchi.

Io e il Ruggiu, il vento che ci solleva i capelli arruffati e sparge la polvere gialla come un velo dorato.

 

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