La scommessa del clima

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Fino al 14 dicembre si svolgerà a Katowice, in Polonia, il Cop 24, la conferenza della Nazioni Unite sul cambiamento climatico, dove si dovrebbero decidere le misure di applicazione degli accordi di Parigi.

Ma mentre la popolazione mondiale è sempre più cosciente dei pericoli dovuti al cambiamento climatico, la volontà politica di combatterlo sembra scemare. Da una parte abbiamo personaggi come Trump ai quali del clima non gliene importa proprio nulla perché interessati al business becero e populista, dall’altra parte ci sono le necessità di crescita di Paesi come India, Cina, Vietnam (la lista è ben più lunga). Basti pensare che nei primi due Paesi il consumo di carbone (una delle maggiori fonti di inquinamento) è triplicato negli ultimi 20 anni, e che nei Paesi industrializzati non ha registrato grandi contrazioni.

Il risultato è che l’utilizzo del carbone a livello mondiale è rimasto praticamente costante e continua a rappresentare poco meno del 30% delle fonti energetiche mondiali. Questi dati ci fanno capire come il baratro sia ormai dietro l’angolo. Se riuscissimo a agire immediatamente, forse sarebbe possibile limitare l’aumento della temperatura del pianeta a 1,5 gradi entro la metà del secolo, ma non è per nulla scontato perché i meccanismi che regolano il clima non sono per nulla sicuri. Ad esempio, nel nostro Paese, questo livello è già stato raggiunto e nessuno sa esattamente come mai.

L’ipotesi più attendibile è che verosimilmente supereremo i 2 gradi, con conseguenze disastrose: oltre ai cambiamenti climatici ci dovremmo confrontare con massicci movimenti migratori che i Trump e Salvini di turno non potranno fermare se non con le armi. Anche la produzione agroalimentare mondiale subirà dei mutamenti importanti. Nel nostro Paese non sarà più possibile allevare mucche che consumano troppo acqua (già questa estate abbiamo visto gli elicotteri trasportare acqua sui pascoli estivi) ma tutta l’agricoltura dovrà adattarsi con costi enormi.

La triste realtà è che dalla classe politica mondiale, non dobbiamo aspettarci nulla di buono semplicemente perché non hanno la forza e il coraggio per invertire la rotta.

L’unica soluzione sarebbe agire dal basso, ma come? L’esempio dei gilets jaunes in Francia in questi giorni non lascia molte speranze perché la ribellione è contro un leggero amento del prezzo della benzina. I motivi della contestazione vanno evidentemente ben oltre l’aumento del prezzo e sono da ricercare nelle politiche economiche scellerate degli ultimi decenni che hanno garantito grandi vantaggi economici a pochi e distrutto la classe media. Ma di “gilet jaune” – ai quali, giustamente, interessa arrivare a fine mese – ne abbiamo in tutti i Paesi e quindi è impensabile immaginare un movimento dal basso che faccia pressione per salvare il salvabile.

Vedremo a quali decisioni arriverà il vertice polacco ma, oggettivamente, non dobbiamo aspettarci nulla di buono. Il nostro futuro sarà sicuramente più caldo, molto più caldo.

 

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