La signora con il foulard

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Rovisto nel portafogli per cercare le monetine. Dietro di me c’è la fila, devo spicciarmi: 10, 20, 30…e 35. Ecco. Alzo lo sguardo: la cassiera è lì che aspetta: ha un foulard in testa, bello, colori scuri. È truccata, sorride. Le unghie laccate di rosso.

Il foulard è quello della malattia.

La vedo ancora nei mesi successivi: “Buongiorno, 29 e 90, ha la carta? Vuole i bollini? Arrivederci.”

È lì con il suo foulard in testa e ogni volta mi dico: chissà che cosa le passa per la testa qui alla cassa con il suo foulard in testa. È sempre truccata bene, la signora con il foulard. Anche le sopracciglia, disegno perfetto, tanto perfetto da far tenerezza.

Ogni mattina si mette lì e si trucca, e poi mette il foulard in testa e va a lavorare alla cassa: “Buongiorno, vuole i bollini? Arrivederci.”

L’ho guardata spesso negli occhi la signora con il foulard in testa, ed ero sempre lì lì per dirle qualcosa. Ma non l’ho mai fatto.

Neanche oggi l’ho fatto. Ma oggi più che mai avrei voluto farlo.

Perché oggi l’ho vista e … beh, quel foulard non c’è più.

Oggi la signora del foulard porta un bellissimo taglio corto.

Il resto è come prima: trucco perfetto, mani curate, e quel sorriso che non le ho visto mai mancare.

Non le ho detto nulla neanche oggi, per pudore. E forse ho sbagliato. L’ho guardata negli occhi: “Buongiorno, pago con la carta, arrivederci.” E via, con un po’ di confusione in testa.

So che si chiama Luisa, la signora del foulard.

E allora io a Luisa le voglio dire che la ammiro molto. Che lei per me è un esempio.

E che le auguro il Natale più dolce che si possa avere sulla terra intera.

Chiara Camponovo

 

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