Licenziata per un paio di str**zi social

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Ha letteralmente scatenato un putiferio il video postato su Instagram da una giovane donna frontaliera che, dopo aver preso una multa, a suo dire l’ultima di una lunga serie di altre sanzioni ingiustificate, ha sfogato la propria rabbia lasciandosi andare ad affermazioni del tipo “Gli sbirri svizzeri sono la peggiore categoria di poliziotti esistenti perché oltre che essere ignoranti sono pure razzisti”. Parole che le sono addirittura valse il licenziamento. Pura follia. Così al danno si è aggiunta anche la beffa.

In poco più di un minuto di filmato social, l’ormai ex project manager di una grande azienda del Luganese, attraverso le immagini della multa ben in vista sul parabrezza e delle altre auto in fila, tutte con targhe svizzere e col parabrezza sgombro da cattive sorprese, ha espresso forte e chiaro il suo disappunto. Ma lo ha fatto soprattutto con un commento infarcito di merda e stronzi degni del lessico di uno scaricatore di porto. Ha detto la sua un po’ come certi Tuto Rossi o Edy Imperiali conviti di poter usare i social come una latrina, tanto poi tutto scivola via tirando la catenella dello sciacquone.

E invece no. Lo stronzo se ne resta lì. Non c’è sciacquone che tenga. Se ne rimane lì e ti guarda. Ti fissa. Come a dire, caro mio, adesso chi è la merda? Io o tu? Ecco. Episodi come questo che è soltanto l’ultimo della serie ci raccontano, una volta di più, come social e internet non perdonano. E non dimenticano. Semmai sono fatti apposta per l’esatto contrario. Per fomentare quell’indignazione e rendere possibile lo tsunami d’insulti che inevitabilmente il dir quel che si vuole, magari in preda alla rabbia del momento, credendo di aver subito un torto, ti porta a fare. Ma chi di noi non ha mai sbroccato di fronte a una multa ritenuta ingiusta?

Le affermazioni della ragazza dagli occhi verdeazzurri sono francamente indifendibili, ma tanto quanto lo è la valanga di vomito e gli insulti che l’hanno sepolta. Di tutti coloro che si sono sentiti in dovere di metterci il becco e dire la loro, in una sorta d’isteria collettiva che ci ricorda tanto certe pratiche in voga nei secoli bui di un lontano passato così prossimo, vicino al presente. Tempi in cui i torti e gli insulti si ripianavano col linciaggio o con la gogna. Dove chi sbagliava veniva messo alla berlina. Lapidato sulla pubblica piazza.

Ora dalla piazza reale siamo passati a quella virtuale. Dalle pietre ai post. Ma la sostanza dei fatti è rimasta esattamente quella. Al ringhio di chi sbava rabbia risponde un ringhio più forte. Quello del branco dal manto bruno che, intercettato il lupo dal pelo grigio, gli fa capire che non è aria. Ecco perché gli stessi creatori e sviluppatori di molte delle piattaforme social hanno stigmatizzato in più di un’occasione questo tipo di derive. Quest’uso improprio del mezzo. Al punto da proibirlo ai proprio figli.

 

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