Lo spreco di Natale

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Domenica scorsa, era il 23 dicembre, il mio egofonino ha deciso di farmi un regalo. Un regalo forse un po’ in anticipo sul Natale. Ma davvero di poco. Egofonino, sì. È la bella italianizzazione di iPhone, coniata dallo scrittore Michele Serra. Proprio lui, quello che fu tra i fondatori della gloriosa rivista satirica Cuore.

In pratica, me ne sono accorto perché malgrado fosse in carica dalla sera prima, il livello della batteria mi è parso insolitamente basso. Poco più del 10%. Lì per lì non mi sono allarmato. Ho controllato che il mio amico intelligentone (questa definizione per dire smartphone invece l’ho coniata io) fosse effettivamente sotto carica.

Ignaro dell’Apocalisse alle porte, ho lasciato che passasse un po’ di tempo, convinto che di lì a poco avrei potuto staccarlo dal suo cordone ombelicale e servirmene senza l’ingombro di un filo. Ecco. Da qui in poi, lo confesso, il panico, inaspettato compagno di viaggio, si è unito al mio cercare di capire cosa fare. E di farlo in fretta.

Seppur connesso alla rete elettrica di rinvigorirsi, l’infame, non ne voleva assolutamente sapere. Così, in pieno codice rosso, provo a cambiare caricatore e presa di corrente. Tutto sembra perfettamente in regola tranne che ormai, con questo mio ultimo tentativo disperato siamo scesi al 3% e il mal di pancia si fa sempre più fitto.

Pensa MacGyver, mi ripeto più volte mentalmente, tanto più che è una domenica in cui mi tocca pure lavorare e, perciò, un po’ di preoccupazione, per l’essere sconnesso dal modo con cui tutti noi siamo collegati con l’universo mondo, credo che sia legittima. Fatto sta che, con il Natale ormai alle porte, i negozio sono aperti, anche lo Swisscom shop della mia città in cui ho stipulato l’abbonamento e comprato un iPhone 5S, grossomodo 4 anni fa.

Mi capita in sorte un ragazzotto dai modi apparentemente cordiali e la lingua sciolta. Ha la barba che sembra disegnata col pennarello tanto e precisa e corta. In buona sostanza ho bisogno di essere rassicurato, magari con un “vedrà che tutto s’aggiusta, non si preoccupi”. E invece no. Le cose che mi sento dire sono del tipo “la vita media di un iPhone è 2 anni” oppure “soltanto per aprirlo ci vogliono 300 franchi” e altre fesserie del genere.

Il suo obiettivo è piuttosto chiaro, il mio egofonino è ormai alla frutta. Ha fatto il suo tempo. Meglio buttalo via che spenderci altri soldi. Meglio uno nuovo. Peccato che non può farmi un’offerta prima della fine di marzo, cioè quando scade il mio abbonamento. Ma volendo se passo dai 100 (!) che ora pago ogni mese a 140 il telefonino nuovo me lo regalano!

Me ne vado via frastornato e col morale a pezzi. Passo un’intera giornata senza avere nulla in tasca o a portata di mano. All’inizio mi fa strano, ma poi in poco tempo ritrovo la serenità perduta. La vita continua. Ci dormo sopra e l’indomani mi dico che forse vale la pena ripararlo. Stando a quel che diceva il venditore poco conciliante potrebbe essere la batteria.

Faccio una ricerca in rete e scopro che di negozi che riparano i nostri giocattolini capaci di rubarci il sonno sono più di quel che potessi immaginare. Ma la cosa più buffa è che nessuno di loro vuole 300 cucuzze per sostituire una batteria. Anzi. Alla fine con 49 miseri franchetti e un’ora d’attesa un altro giovane di poche parole me lo ripara e stop. Alla faccia dell’ennesimo spreco di Natale!

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