L’uomo nero non esiste

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Siamo in una scuola elementare di Uster, nell’hinterland zurighese. Alcuni bambini raccontano di un uomo vestito di nero, col cappuccio e una maschera bianca che si aggira intorno alla scuola.

L’istituto si attiva subito ed ha avvisa le autorità. Poliziotti in divisa e in borghese cominciano a pattugliare i dintorni per una settimana.

Poi, in seguito alle indagini degli agenti, salta fuori che i bambini si erano inventati tutto.

Suggestione? Fantasia? Voglia di fare uno scherzo? Pensandoci però non è così strano. L’ “uomo nero” fa parte dell’immaginario collettivo, film horror, storie, racconti ancestrali sono intrecciati al nostro vissuto di uomini spaventati, quando a separarci dalla notte c’erano soltanto i fuochi degli accampamenti. L’uomo nero si ritrova in tutte le culture e tradizioni, è una figura archetipica: il babau nostrano, il boogeyman anglosassone, il Buka russo, il Mumus ungherese, il Butzemann tedesco, el Coco iberico, il croquemitaine francese o il Babou canadese.

Spesso le paure dei bambini sono semplicemente lo specchio di quello degli adulti. La razionalità si affievolisce come una candela consumata, lasciando spazio alle ombre. E forse oggi, più che il “rassicurante” vecchio babau, altre figure si fanno largo. Figure figlie del pregiudizio e delle paranoie degli adulti. I bambini hanno immaginazione, e questo è bene, ma non è difficile varare una narrazione collettiva di autosuggestione, dove il pregiudizio e la paura dei pedofili, sommata a quelle di altre figure, fanno la parte del leone.

Come per le violenze sessuali, anche la pedofilia ha spesso i tratti di parenti, amici, conoscenti, e raramente dello sconosciuto che ti regala le caramelle per adescarti. Se ci si pensa razionalmente, quale pedofilo idiota si aggirerebbe intorno a una scuola vestito di nero, col cappuccio e con una maschera bianca? Perché non anche con i campanelli in testa? Ci sta la suggestione dei bambini, un po’ meno quella degli adulti che, mettendo da parte la razionalità, hanno lasciato montare le loro paure da primitivi e hanno lanciato la polizia alla caccia della tigre.

Siamo all’assurdo, dove in una società con una mortalità infantile bassissima, con un tasso di criminalità bassissimo, con un benessere che centinaia di Paesi si sognano, le paure aumentano, montano, si gonfiano a dismisura superando la barriera del buon senso, anzi, frantumandola proprio.

Ai bambini, ai nostri figli, dovremmo parlare di principesse guerriere, di cavalieri senza macchia, di elfi e di ninfe. Un mondo di fantasia in cui non merita di stare l’uomo nero.

 

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