Nessuna verità per Giulio Regeni

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Sono passati quasi tre anni dall’omicidio di Giulio Regeni al Cairo, oltre mille giorni di tentativi di indagine e rincorsa a vane speranze senza alcun risultato concreto. L’ultimo tentativo si è concluso con la decisione unilaterale della Procura di Roma di iscrivere sette agenti dei servizi segreti egiziani nel registro delle notizie di reato con l’accusa di sequestro di persona. Si tratta di un atto dovuto con il quale gli inquirenti sperano di sbloccare la situazione.

Giulio Regeni nasce a Trieste il 15 gennaio 1988, ma cresce a Fiumicello insieme alla sorella Irene e ai genitori Paola e Claudio. Fin da piccolo mostra passione per la storia e le scienze sociali e un impegno fuori dal comune. Nel suo paese diventa assessore allo sport e tempo libero e poi sindaco del Governo dei Giovani. Per quanto ami Fiumicello e la sua famiglia, Giulio vuole accrescere il suo sapere e conoscere il mondo, vivere, come racconta sua mamma, una vita più completa possibile e avere un lavoro che gli dia soddisfazione umana ed intellettuale. Il fuoco della conoscenza che gli arde dentro lo spinge a partire ancora minorenne per il New Mexico per studiare presso l’Armand Hammer United World College of the American West e poi per Oxford. I suoi studi si concentrano sul Medio Oriente e lo portano a vincere nel 2012 e nel 2013 il premio “Europa e giovani” organizzato dall’Istituto regionale studi europei. Dopo un’esperienza presso l’UNIDO, l’organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale, Giulio torna alla sua passione per la politica e la cultura mediorientale svolgendo dapprima ricerche per la società privata Oxford Analytica e poi iniziando un dottorato di ricerca presso il Girton College dell’Università di Cambridge. Il dottorato porta Giulio in Egitto a svolgere una ricerca sui sindacati indipendenti egiziani presso l’Università Americana del Cairo. Alcuni articoli, scritti con lo pseudonimo Antonio Druis e pubblicati per Nena e postumi per il Manifestano, illustrano la difficile situazione sindacale dopo la rivolta egiziana del 2011, tassello della più grande “primavera araba” che scosse il Medio Oriente e Nord Africa nel 2011 e della quale ancora si stanno pagando le conseguenze.

Il 25 gennaio 2016, esattamente cinque anni dopo le proteste di piazza Tahrir e dieci giorni dopo il suo 28esimo compleanno, Giulio è atteso da un amico per andare a una festa, ma a quell’appuntamento non arriverà mai. Il 3 febbraio il corpo di Giulio viene ritrovato abbandonato a lato della carreggiata dell’autostrada Il Cairo-Alessandria. La mamma Paola, accorsa insieme al papà Claudio in Egitto, riconosce il figlio “solo dalla punta del naso” e afferma che sul suo corpo “ si è riversato tutto il male del mondo”. Il ricercatore è stato infatti brutalmente torturato e ucciso e, dalle tecniche rilevate sul suo corpo martoriato, è subito evidente che non si tratti di criminali comuni, ma di “professionisti”, di persone che usano la tortura come strumento per carpire informazioni o per intimidire gli oppositori.

Dal ritrovamento del corpo di Giulio, inizia per la sua famiglia un calvario fatto di accuse, di rimbalzi di responsabilità, di reticenza, di mancata collaborazione.

I primi tentativi di dialogo naufragano subito e nell’aprile 2016 l’ambasciatore italiano al Cairo viene fatto rientrare in Italia, come segno di protesta italiana nei confronti del governo egiziano. Nonostante le promesse fatte ai genitori dal Procuratore generale egiziano, nel gennaio 2017 la procedura Regeni viene messa in mora secondo l’art. 77 del codice di procedura penale egiziano e i genitori non solo non riescono ad accedere al fascicolo, ma neppure ne ottengono il numero. In settembre la situazione precipita: viene oscurato il sito web dell’ECRF, l’Ong per la tutela dei diritti umani di cui fanno parte i legali dei Regeni al Cairo e uno dei collaboratori, Ibrahim Metwaly, scompare in aeroporto. Metwaly viene arrestato per ordine dell’Egypt’s State Security Prosecution (SSP), il tribunale di sicurezza nazionale legato al ministero dell’Interno egiziano.

Nel gennaio 2018 la Procura di Roma, insieme a dei funzionari di polizia italiani e britannici, interroga negli uffici dell’università di Cambridge la professoressa egiziana Maha Abdel Rahman, tutor di Giulio Regeni. Precedentemente la polizia britannica, su richiesta della procura di Roma, aveva perquisito la casa e l’ufficio di Rahman. In maggio viene arrrestata al Cairo attivista sostenitrice della famiglia Regeni Amal con due capi d’accusa: terrorismo e utilizzo di internet per diffondere false ideologie e false notizie danneggiando la sicurezza del paese. Attualmente, nonostante lo sciopero della fame intrapreso da Paola Regeni e dall’avvocato Alessandra Ballerini, Amal è ancora in carcere.

Nel corso dei mesi, gli inquirenti italiani riescono ad ottenere solo un video in cui si vede Giulio parlare in arabo nei pressi del metrò del Ciro, ma nulla di più. Nel frattempo il governo italiano cambia e i nuovi esponenti promettono di impegnarsi per la verità. Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte incontra i genitori di Giulio e rinnova loro la sua solidarietà, i suoi vice Matteo Salvini e Luigi di Maio e il Presidente della Camera Roberto Fico incontrano il Presidente egiziano al Sisi.

Tuttavia, non si ottiene niente altro che promesse e il muro del silenzio non viene abbattuto. In questi anni la famiglia di Giulio ha lottato per la verità, supportata da Amnesty International che ha lanciato appelli, cercato di migliorare il dialogo, organizzato cortei con l’ormai noto striscione giallo affisso in molti comuni d’Italia e che chiede giustizia. La storia di Giulio ha oltrepassato i confini nazionali e acceso i riflettori su una situazione, quella egiziana, che continua ad essere molto preoccupante. L’omicidio Regeni, infatti, non è un unicum in Egitto. Come riporta Amnesty International, in Egitto l’Agenzia per la sicurezza nazionale (Nsa) si rende responsabile di rapimenti, torture e sparizioni forzate nel tentativo di incutere paura agli oppositori e spazzare via il dissenso.

Amnesty International ha denunciato tutto ciò nel 2016 con il rapporto “Egitto: Tu ufficialmente non esisti”, in cui riporta torture perpetrate in nome del contrasto al terrorismo, sparizioni di studenti, attivisti, politici, manifestanti compresi 14 enni, tutti inghiottiti dal nulla senza lasciare traccia.

Giulio traccia di sé invece l’ha lasciata ed è indelebile. Lui è e rimarrà per sempre il simbolo di quella generazione di giovani cresciuti senza porsi limiti o confini, spinti dall’amore per il sapere e da una voglia di conoscenza che abbattono pregiudizi, odio e ignoranza. La sua ricerca accademica non era finalizzata ad una conclusione brillante del suo dottorato, ma aveva l’obiettivo ambizioso di far luce, più di quanto mai abbiano potuto i canali ufficiali governativi e della diplomazia, sulla drammatica situazione in Egitto: su quella primavera araba che non ha portato rinascita, ma dittatura ed esplosione di cellule terroristiche, tra cui l’Isis. Giulio era studente e reporter nello stesso tempo, attento osservatore e appassionato ricercatore della verità. Ed è proprio per questo suo immenso amore per la verità che gliela dobbiamo.

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