Predicar la pace e bandir la guerra

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Qualche settimana fa il Consiglio federale – su impulso dei ministri PLR Schneider-Amman e Cassis (la cui entrata in governo al posto di Burkhalter è stata infelicemente decisiva)– ha modificato l’ordinanza sul materiale bellico, in modo da permettere in futuro l’esportazione di armi svizzere verso Paesi implicati in conflitti interni o internazionali. Questa decisione è stata confermata dalla maggioranza di destra del parlamento, ed è quindi stata lanciata la cosiddetta “Korrektur-Initiative”, un’iniziativa promossa dal centro-sinistra che figurativamente mostra il cartellino rosso a questo provvedimento.

Il CF, al momento della decisione, precisò con una nota stampa che, “in linea di massima”, la fornitura di materiale bellico in Paesi implicati in conflitti armati interni continuerebbe ad essere rifutata. Ci si chiede però in quali casi la “linea di massima” venga a cadere e se questi rispettino la tenuta morale e l’ambizione di neutralità che fanno della Svizzera un soggetto importante nella politica internazionale. Pensiamo ad esempio alla controversa decisione presa nel 2016 che impose la fine della moratoria delle esportazioni di materiale bellico verso l’Arabia Saudita, impegnata in un sanguinario conflitto con l’adiacente Yemen. Oppure alla rivelazione del Tages Anzeiger di qualche settimana fa, dove si denunciò l’uso di armi di precisione svizzere nella repressione dei Rohingya in Myanmar.

Vietare la vendita di armi in Paesi non democratici che vivono un conflitto, che violano sistematicamente i diritti umani o nei quali c’è un forte rischio di uso delle armi contro la popolazione civile è una questione morale. Non possiamo lavarcene le mani con la scusa che non saremo noi a premere il grilletto. Parafrasando Cechov, è ipocrita riempire di pistole il primo atto e poi meravigliarsi se queste sparano nel secondo o nel terzo atto. Rimane incredibile che la sinistra debba ricordarlo, per esempio, ai parlamentari PPD e UDC che si fregiano della loro ispirazione cristiana salvo poi imitare Ponzio Pilato. Chissà cosa ne penserebbe Papa Francesco.

Ma al di là della questione morale, c’è anche una questione di strategia politica per la Confederazione. Nel novembre dello scorso anno, un riassunto delle tesi del “MAS in Cooperazione e Sviluppo” del Politecnico di Zurigo dichiarava come opinabili le recenti aperture nei confronti dell’industria delle armi svizzera e suggeriva passi indietro e maggior trasparenza in questo campo. Infatti l’industria bellica ha, secondo i recenti dati della SECO, un peso di soli 0.14% del totale delle esportazioni elvetiche, ma mette a rischio la reputazione e la coerenza della Svizzera come promotrice di pace e sicurezza nel mondo, in particolare nell’ambito del InternationalArms Trade Treaty (ATT). Insomma, il gioco non vale proprio la candela: sosteniamo la raccolta firme!

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