Siamo tutti gilets jaunes?

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Tra i vari servizi che parlavano delle manifestazioni dei gilets jaunes, mi ha colpito un manifestante che portava una maglietta con scritte tre date, 1848, 1968, 2018. Il messaggio era chiaro: stiamo facendo la rivoluzione. Forse questo manifestante non è pienamente cosciente che le prime due rivoluzioni non hanno apportato grandi cambiamenti nelle società francese. Certo hanno generato grandi sconvolgimenti e addirittura quella del 1968 ha assunto una dimensione quasi mondiale, ma i risultati sono stati mediocri e le élite sono sempre tornate al potere in linea con la tradizione di gestione del potere francese.

Sarà così anche questa volta? Certamente, perché in fondo basta dare al popolo un po’ di croissants e tutto ritorna nella normalità. “S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche” affermò l’odiata Maria-Antonietta. Anche la rivoluzione del 68, che ha sconvolto il Paese, alla fine ha lasciato che il presidente-imperatore continuasse a governare con la sua ristretta corte.

Sotto la crescente pressione delle proteste il presidente Macron ha mollato su quasi tutto a parte la soppressione della tassa di solidarietà sulle grandi fortune che a seguito delle varie riforme dei decenni passati si ritrovano di fatto con aliquote fiscali regressive. Grazie a questa misura l’1% più ricco si ritrova con un potere d’acquisto aumentato del 6%, mentre lo 0,1% addirittura del 20% e questo solo da quando Macron è entrato in carica.

Il presidente ha però anche tagliato i sussidi sugli affitti e ha rinviato, contrariamente alle promesse elettorali, l’esenzione della tassa sulla casa.

Le proteste non sono solo sulle accise sui carburanti, che le hanno scatenate, ma riguardano soprattutto il potere d’acquisto. La maggioranza dei francesi è sempre più povera, con stipendi attorno ai 1000 euro al mese (chi ha un lavoro) e questa situazione si protrae da anni. Eppure, i lavoratori transalpini hanno la produttività del lavoro più elevata tra i Paesi occidentali, ma la distribuzione della ricchezza va soprattutto al capitale e alle élite (come Carlos Ghosn il grande patron della Renault-Nissan che guadagnava 16 milioni l’anno e si è fatto beccare – dai giapponesi – a rubare alla sua stessa società).

Le élite hanno naturalmente anche il potere. Nel parlamento non ci sono operai e solo il 3% di impiegati, abbondano invece avvocati e tanti liberi professionisti distanti anni luce dalla realtà giornaliera della popolazione. Ma è sempre stato così perché esiste una barriera invisibile ma impetrabile tre la “nobilté” e la plebe.

Eppure, in Francia esiste una classe di intellettuali brillanti, che sa leggere la realtà. Il gruppo degli Economistes atterrés è stato quello che ha mostrato con maggior lucidità le contraddizioni della società odierna e le cause che hanno portato alla crisi del 2008 e a quella dell’euro del 2001. Altri economisti hanno proposto interessanti teorie alternative a quella dominate e lo stesso Thomas Pikkety è stato l’ispiratore di un monumentale lavoro sulla distribuzione della ricchezza. La sociologia francese è particolarmente attenta ai fenomeni sociali è spesso ha saputo leggere la realtà con estrema lucidità.

Ma al potere politico tutto questo non interessa, semplicemente perché dalle loro torri nelle quali sono nati e dove hanno studiato, queste cose non sono importanti e soprattutto non si vedono. Lo stesso Macron è un caso interessante. Giustamente, arrivato al potere, ha proposto una riforma delle istituzioni europee ma poi si permette di affermare che per trovare un lavoro basta attraversare la strada.

E allora, il popolo impotente, che in un qualche modo deve trovare sfogo alla propria frustrazione vota per il Front National al quale, come agli partiti, non interessa nulla della sua situazione ma ha capito che trovando un semplice bouc emissaire – gli stranieri – può incanalare la rabbia popolare e trasformarla in voti, conquistando il potere. Una miccia che può essere accesa anche da un lieve aumento del prezzo del carburante.

Ma d’altronde, qualcosa di simile (pur senza i casseurs) sta succedendo in molti Paesi europei ed extraeuropei. E sta succedendo perché per decenni, in omaggio al neoliberismo cavalcato da destra e da sinistra, si è difeso il capitale non nazionale, come sarebbe anche comprensibile, ma quello internazionale che deve essere libero da qualsiasi vincolo. In fondo non si è fatto altro che gettare le basi per un nuovo fascismo anche se contemporaneo, più subdolo e forse anche più pericoloso.

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