Sotto il tricolore

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Sarò sincero con i lettori; la storia dei gilet gialli mi ha inizialmente suscitato impressioni poco lusinghiere. La prima cosa che pensai fu “finirà come la crisi catalana, o le manifestazioni studentesche in Italia. Un nulla di fatto”.

A distanza di diversi giorni, dalla Francia arrivano ancora immagini di guerriglia. A questo punto, mi è salito un timore; un timore che questo movimento potesse essere nulla più che un grillinismo con un’impronta più battagliera, un ennesimo trionfo della politica antipolitica.

La faccenda non accenna a spegnersi, e ciò ci costringe a pensarci in modo più esteso. Soprattutto per una ragione, storica e sociale. Vi ricordate quando da piccoli, mangiando terra e facendo il bagno nel fango, i genitori facevano spallucce dicendo “sono tutti anticorpi in più”? Ecco, la Francia ha sviluppato degli anticorpi come Paese, come popolo; anticorpi contro il governo, contro i grandi sistemi oppressivi. Cercate di seguirmi.

La maggior parte dei luoghi comuni sui francesi sono negativi. Codardi, effeminati, omosessuali. Ma uno di questi non lo è, ed è l’accusa di essere un popolo inerentemente rivoltoso e turbolento. E questo, a differenza degli altri, ha basi scientifiche.

Alla Rivoluzione Francese, a cui tutti abbiamo dedicato almeno sei mesi di lezioni di storia alle medie, va attribuita una transizione a livello globale nel sistema governativo. Grazie alla Rivoluzione Francese nacque un nuovo sistema politico, che passò il potere dalle mani dell’aristocrazia a quelle della borghesia, fondando i principi degli Stati di diritto o liberali. Iniziò il declino dell’assolutismo, e diede vita a un effetto domino in tutto il mondo – i cosiddetti “moti rivoluzionari”.

Insomma, la Francia moderna è una nazione, un sistema nato dalla rivolta, nato dalla volontà di un popolo che, senza nessun esempio da seguire, portò a termine uno dei più spettacolari esperimenti socio-politico-militari nella storia dell’uomo. Una volontà che divenne tradizione, come testimoniano le due rivoluzioni seguenti (1830 e 1848), e la forza del partito comunista francese nei periodi tra il 1920 e il 1939 (anno in cui venne reso illegale) e dal dopoguerra agli anni ’80. Ma anche i costanti tumulti durante il primo di maggio, che a cadenza annuale attira enormi numeri di manifestanti, organizzazioni, e unioni. In tempi recenti nasce il termine non-ufficiale di “generazione ingovernabile”, un concetto politico che definisce le nuove generazioni francesi, informate, connesse e mentalmente aperte – ma soprattutto, in grado di portare ancora nel cuore la fiamma della rivolta.

Macron, il funzionario eletto con l’unico scopo pratico di arrestare l’avanzata verso la presidenza dei neofascisti di Le Pen, ricopre il ruolo che veniva coperto dal re durante l’ancient regime. Macron è il sistema, l’establishment, colui che si arroga il diritto di decidere la situazione delle varie classi sociali. È l’immagine di una politica volta ad autopreservarsi, un uomo il cui merito è essere parte del sistema attuale nonché fedele ad esso. E gilet gialli, tra mille confusioni e ambiguità, sono la sollevazione popolare, le vittime del “malcontento sociale” che su Wikipedia viene indicato come causa della prima rivoluzione francese.

Ora, però, la palla sta a loro; i predecessori dei gilet gialli avevano un’utopia, un obiettivo da raggiungere sotto la forma di un’idea di società, cosa che per adesso manca. E mentre ogni frangia politica cerca di inserirsi nel movimento per influenzarlo e renderlo suo, nascono le prime timide rivendicazioni; semplicistiche, confuse, talvolta contradditorie, ma ci sono. La prima “rivoluzione” (evitiamo di usare il termine a cuor leggero prima di ulteriori sviluppi”) nel primo mondo dai tempi dei bolscevichi dovrà evitare di cadere nella nullafacenza che ha caratterizzato diversi movimenti di carattere simile negli scorsi anni. Alcuni si ricorderanno ad esempio di “Occupy wall street”, la protesta americana contro gli abusi del capitalismo finanziario – sfociata in un nulla di fatto appunto per l’incapacità di proporre un progetto a lungo termine da seguire. Simile fato sembra spettare ai pentastellati italiani, sempre più relegati a un ruolo marginale di fronte alla chiara e ben stabilita proposta di società leghista e anche per via dell’incapacità di trovare abbastanza coerenza ideologica da poter costruire un’ideale per cui lavorare.

Per concludere, la protesta francese ancora non è esplosa – nonostante le centinaia di testimonianze video di brutalità poliziesca che effettivamente sembrano andare decisamente oltre la normale amministrazione. Ma, conoscendo il contesto e il background storico del popolo francese, è opportuno prestare attenzione al fenomeno; perché la storia ci insegna che il cambiamento esiste, e che tra i Paesi candidati per perpetrarlo, la Francia, che ancora porta una bandiera nata dalla rivoluzione, è tra i primi.

 

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