The dawns here are quiet

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Probabilmente, in futuro questo mio mantra inizierà a sembrarvi ripetitivo. Per ora siamo alla prima volta, ma in futuro ve lo dirò sicuramente di nuovo: interessatevi al cinema straniero. Il cinema straniero non è solo una curiosità, ma la testimonianza di come cinesi, giapponesi, russi, africani o sudamericani siano anche loro in grado di cimentarsi in un registro tipicamente associato all’occidentalissima Hollywood. Il cinema straniero ci permette di esplorare mentalità diverse, dogmi narrativi diversi, sistemi comunicativi diversi. Anche fattori semplici come una diversa categorizzazione delle emozioni o una diversa costruzione del discorso possono dare un piglio del tutto nuovo a un’opera.

Lunga introduzione prima di parlare di “The dawns here are quiet”, rilasciato sia come film che come serie tv, una versione “estesa” di 4 episodi visionabile su Youtube. Basata sulla novella del 1969 di Boris Vasilyiev, la serie segue le vicende di un sergente sovietico, Fedot Vaskov, relegato a uno dei tanti marginali ruoli presenti nell’immenso fronte orientale della seconda guerra mondiale. Destinato a mantenere l’ordine in un piccolo villaggio in cui è stazionata una squadra anti-aerea composta esclusivamente da donne, la situazione precipita quando le soldatesse notano la presenza di una squadra di paracadutisti tedeschi nei boschi circostanti. Tagliati fuori dal mondo dall’immensità della steppa russa, la serie si dipanerà lungo la risoluzione di questo piccolo conflitto, una delle migliaia di schermaglie dimenticate durante la più grande guerra mai combattuta. Il tutto è accompagnato da una serie di spaccati di vita, testimonianze della semplicità della vita prima del conflitto e dell’unicità di ogni giovane esistenza. Il tutto reso notevolmente più curioso dalla già menzionata differenza dei paradigmi comunicativi russi, una lingua che tutt’ora non è possibile tradurre in un modo che trasmetta la stessa identica informazione. Un ritratto quindi molto sincero, a tratti molto diverso dal cinema occidentale tendenzialmente propagandistico – specie quando si parla di società comunista.

Le scene sono arricchite da meravigliosi scorci di paesaggio, raccolti in ogni dove nell’enormità delle Russie e da una colonna sonora eccellente, che sembra comprendere pienamente il pensiero degli attori e quindi si adatta perfettamente a quanto viene mostrato su schermo.

Insomma, un’opera che non si concentra sull’enormità della guerra e sulle estremità della vita nell’Unione Sovietica, ma sui particolari e sugli eventi che non entrarono mai nei libri di storia. E chi meglio di un cast di attori russi per mostrarcelo? Notevole la prestazione di Pyotr Fyodorov, relativamente celebre attore di origine sovietica e già presente in diversi film giunti anche alle nostre latitudini, come il curioso Stalingraad del 2013.

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