Un duro romanzo sull’Europa

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L’inizio è travolgente: un maiale se ne va in giro per la città, scandalizzando tutti i passanti. Poi, non bastasse, ecco quattro personaggi che sembrano usciti da quella barzelletta in cui «ci sono un italiano, un tedesco, un francese… » . Siamo a Bruxelles e subito facciamo i conti con un pensionato ebreo, un burocrate tedesco, una donna greca rampante, un assassino polacco e un commissario belga. Sono troppi cinque personaggi ? Calma, ne arrivano altri … .

Stiamo scrivendo del romanzo «La capitale» dell’austriaco Robert Menasse, vincitore del Deutcher Buchpreis 2017, cioè il più prestigioso premio letterario per scrittori di lingua tedesca, e appena pubblicato da Sellerio. Un libro che sconvolge. Perché alimentato da tante trame che si incontrano e intrecciano e perché, per la prima volta, viene affrontato un argomento mai frequentato dalla narrativa: la burocrazia all’interno della UE. E stordisce perché … il tradimento dell’Europa sembra proprio iniziare negli uffici delle sue commissioni, con i delegati che ragionano in base al proprio passaporto prima di sintonizzarsi sull’ Europa. Non bastasse questo ci si mette anche la burocrazia con i suoi danni specifici. In merito è illuminante una frase: «Se vogliamo colpire a morte un’idea, la prima cosa da fare è approvarla e promettere tutto l’appoggio necessario» , questa la regola non scritta della Disunione Europea. E così ciao ciao agli ideali iniziali, in un contesto europeo in via di nazionalizzazione estrema e dunque di fascismi!.

I diversi personaggi sono confrontati al problema del dover inventare qualcosa per il 50mo della prima Commissione Europea. L’immagine dell’Europa è in coriandoli e la creazione di una moneta unica e l’adozione di un inno (l’infinita «Nona» di Beethoven) non bastano. Ci vuole altro. Sì ma cosa ? E qui inizia il bello, o il tragico. Qualcuno propone una marcia dei superstiti di Auschwitz (e poi scoprono che l’ultimo è appena stato ucciso, proprio a Bruxelles, in un attentato islamico), qualcun altro vorrebbe fondare una nuova capitale europea (sul modello di Brasilia), un altro ancora vorrebbe inventare una grandissima festa a Roma (che però non c’entra: il primo storico incontro è stato a Parigi). Insomma fra situazioni esilaranti e interessi di bottega, con astuzie burocratiche («se si vuole colpire a morte un’idea…») alla fin fine non se ne fa nulla. Ma resta lo scoramento ammirato del lettore dettato non dai contenuti ma dalla cifra espressiva di Menasse. Perché ricalcando le orme dei suoi maestri dichiarati (Musil e «L’uomo senza qualità», e poi Durrenmatt) riesce con un suo stile preciso a mettere in grottesco tutto quanto si è riusciti a rimuovere dagli ideali continentali iniziali. Non è bastato pensare solo alla finanza, al contrario. Un romanzo duro che in versione originale risulta ancora più amaro in quanto scritto nelle diverse lingue dei protagonisti. Un campanello d’allarme scritto da uno che per mestiere ha bazzicato il cuore politico dell’Europa politica per tantissimi anni. Crudele e doveroso. Perché intanto il maiale continua a girovagare per Bruxelles, e le videocamere vanno avanti ad inquadrarlo senza che nessuno sappia acchiapparlo. E anche questo ha il suo significato … .

 

«La capitale , 2017, di Robert Menasse, tr. M. Pugliano e V. Tortelli, ed. Sellerio, pag. 445, Euro 16,00, 2018.

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