L’arroganza dell’America in un quindicenne

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Una protesta di nativi americani, un confronto con un branco di sciocchi ragazzotti, il filmato diffuso da media e social fa male. Negli occhi di uno di loro, per interi minuti,vediamo solo arrogante disprezzo. Non è razzismo, è peggio, e vi spiego il perché

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Make America great again, falla grande questa America. Falla davvero grande, perché abbia spalle grandi e possenti, che reggano il peso della violenza dei secoli, perché sostenga la zavorra della schiavitù e dei roghi del Klan, delle faide e della giustizia sommaria. Falla forte che regga lo sterminio delle tribù con le scie di sangue che dai pueblo di Sonora passano per le praterie del Dakota, che di quei nativi ha ancora il nome, fino alle coste fredde dove i Tlingit adoravano le orche.

Da una parte abbiamo un ragazzotto, arrogante, col cappellino rosso e la scritta Make America Great Again, intorno i suoi compagni con le felpe inneggianti al folle che abita la Casa Bianca. Di scuola cattolica il ragazzotto, un bravo wasp anglosassone, il sorrisino strafottente tipico di quell’età. Cosa avrà? Quindici, sedici anni al massimo.

Dall’altra parte un nativo americano, chiamiamolo indiano, come abbiamo fatto fino a ieri nei film western, un indiano di quelli che avevano le penne e a cui oggi è rimasto solo l’orgoglio. Gli indiani erano quelli che morivano sparati dietro alle diligenze e non sembravano nemmeno avere un’anima, pennuti nemici urlanti. Poi è arrivato il ’68, e ci siamo accorti che quegli indiani erano uomini, grazie a pellicole come “Il piccolo grande uomo” o “Soldato blu” abbiamo pianto per loro e per il loro genocidio. O almeno lo hanno fatto alcuni di noi.

Quel ragazzotto piccato che si difende sui media dalle accuse di razzismo in seguito a questo episodio filmato e trasmesso in tutto il mondo è pericoloso. Durante la protesta il vecchio indiano suona il tamburo cantando le nenie che abbiamo imparato a conoscere. I ragazzi ridono, sfottono, sono incosapevoli bulletti da schiaffi, probabilmente la maggior parte di loro non è cosciente del proprio atteggiamento, fanno gesti, imitano l’indiano ululano in un antico ludibrio.

L’atteggiamento di quel ragazzo e dei suoi stupidi amici, meno pericolosi, è un segnale peggiore delle urla e degli sputi dei naziskin o della gente del Klan, plateali, rozzi e brutali nel loro odio. Il suo non è un atteggiamento da white trash, la spazzatura bianca, ma da classe dirigente, i suoi sono quelli che votano Trump e tirano i fili, i burattinai.

E questo figlio col cappellino rosso ha negli occhi e nell’atteggiamento di sfida a un vecchio indiano cantilenante tutta l’arroganza di una classe sociale che per quattro secoli ha sterminato nativi e brutalizzato schiavi con quel sorrisino strafottente sulle labbra.

In quello sguardo c’è una guerra perenne, tramandata da generazioni, nei confronti dei diversi, dei poveri.

Lo sguardo di quel ragazzo non dice che l’America è grande, dice: l’America è mia, e tu, stupido indiano col tamburello lo sai benissimo, e se anche sostieni il mio sguardo sarò io a vincere, perché vinciamo sempre noi.

E a Wounded Knee o al Sand Creek, nelle fosse comuni oggi ci sono dei fremiti, dei brividi, perché nulla è stato dimenticato e con Trump l’odio torna a vincere. Domenica prossima sarà il Giorno della Memoria, un’occasione per ricordare, oltre agli ebrei, le decine di milioni di nativi americani massacrati o morti di malattia per colpa dei colonizzatori. Mettiamoci a cantare insieme al vecchio indiano e guardiamo negli occhi quel ragazzino, perché accanto agli ebrei di Auschwitz e agli indiani del Sand Creek ci saremo sempre anche noi.

Intanto al congresso è stata eletta Sharice Davis (leggi qui) per i Democratici, donna e veterana dell’esercito. Sharice è una winnebago, il popolo della Gran Voce. E questa voce rappresenta noi e quell’indiano. Tornate dalle tombe, amici e siate milioni, riprendetevi quanto rubato e sconfiggete l’unico vero, grande e orribile nemico: l’odio.

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