Agro Pontino, il caporalato al posto dello sfruttamento fascista

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A conclusione di una indagine durata un anno e mezzo, la squadra mobile di Latina ha arrestato sei italiani per violazione della normativa sul caporalato e sequestrato automezzi, beni mobili e immobili degli indagati e i proventi illeciti delle attività di sfruttamento di braccianti stranieri.

Gli agenti sono riusciti a smantellare un’associazione a delinquere, della quale facevano parte anche un sindacalista e un ispettore del lavoro accusato di corruzione, alla quale sono contestati i reati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, estorsione, riciclaggio e reati tributari. Sotto la copertura di una cooperativa, l’associazione sfruttava nell’Agro Pontino 400 migranti, nordafricani e rumeni. Stipati su furgoncini in numero doppio rispetto alla capienza consentita, i braccianti venivano trasportati da un luogo all’altro e costretti a lavorare per dieci ore di fila per soli 4 euro l’ora.

La vicenda si inserisce nel più ampio e desolante quadro del fenomeno italiano del caporalato. Centinaia di braccianti, quasi sempre stranieri e molti dei quali giunti in Italia dopo odissee infinite sui barconi nel Mediterraneo, vengono sfruttati fino allo stremo nei campi.

In barba alle normative che tutelano il lavoro agricolo, i braccianti conducono una vita misera. La loro giornata inizia di buon mattino con il trasporto, stipati come carne da macello, sul posto di lavoro che è un campo di pomodori, verdure o frutta e si conclude dopo dieci ore passati chini e in silenzio in qualsiasi condizione atmosferica in abitazioni non degne di essere chiamate case. I loro alloggi sono spesso realizzati in plastica o con materiale di fortuna, hanno un giaciglio in terra, fornelletti spesso pericolosi, e, ovviamente, nessun impianto fognario o elettrico, con evidenti conseguenze negative igienico-sanitarie. Quasi sempre la criminalità organizzata ha il controllo dello sfruttamento dei braccianti.

Il caporalato è una piaga in tutta Italia. Si stima che i braccianti sfruttati siano circa 400’000 in tutta la Penisola, con un picco drammatico al sud ed è purtroppo un fenomeno non recente, anche se con gli sbarchi di profughi si è acutizzato.

Nell’Agro Pontino, il fenomeno ha sostituito lo sfruttamento dei contadini al tempo del fascismo. Il territorio che sorge a pochi chilometri da Roma un tempo era chiamato “l’Amazzonia di Italia”. Una foresta planiziale di 80’000 alberi con fauna variegata, bufale, laghi costieri, paludi e bianche dune di sabbia a sud (vi sorge infatti lo splendido promontorio del Circeo) erano uno spettacolo naturalistico, benché terreno privilegiato di malaria. I pochi abitanti che popolavano le paludi pontine, quasi tutti cacciatori stagionali, vivevano in condizioni disumane. Ciò era considerato una vergogna per il fascismo, tanto che Benito Mussolini decise di continuare l’opera iniziata dagli antichi romani: bonificare le paludi. Il Duce iniziò la straordinaria opera-per il quale ancora è ricordato nel triste adagio “ha fatto anche cose buone”-nel 1927, e per questo lavoro mastodontico si servì di 120’000 braccianti prelevati dal Nord Italia.  Si riuscì così ad asciugare 135’000 ettari di terra, costruire chilometri di canali di drenaggio, strade pubbliche. La bonifica trasformò la palude in terreni agricoli e la zona fu colonizzata: nacquero le città di Littoria (oggi Latina), Pontinia, Aprilia, Pomezia, Sabaudia e 16 borghi rurali con case coloniche assegnate ai braccianti dai nomi delle battaglie della prima guerra mondiale Borgo Piave, Borgo Grappa, Borgo Sabotino. Sorsero il Dopo Lavoro fascista e la Casa del Fascio. Le città furono costruite in modo moderno: l’ufficio postale di Sabaudia ha addirittura i “girasoldi” alla cassa, in disuso, e le zanzariere ai vetri. Tutto era studiato in maniera razionale e modernista, in puro stile fascista. Alcuni sostengono che la bonifica sia stato un esempio di globalizzazione ante litteram: le aspirazioni della popolazione locale furono infatti azzerate e l’Agro Pontino fu colonizzato da friulani, veneti, romagnoli, marchigiani, con la conseguenza paradossale che fino a qualche anno fa, a pochi chilometri da Roma, era possibile sentire parlare solo in dialetto veneto o friulano e la maggior parte degli abitanti ha cognomi come Furlan, Visentin, Trentin.

La bonifica ha richiesto un enorme sacrificio dei braccianti del nord Italia. Come i moderni schiavi che si incontrano oggi nell’Agro Pontino, i coloni lavoravano duramente per ore per portare a compimento la trasformazione del territorio spesso andando incontro a malaria, bronchiti e patologie mentali. Tristemente famosa era infatti la figura dell’”alienato”, malato psichiatrico inabile al lavoro e ben presto internato in manicomi. Nei primi tempi il cibo era razionato e i coloni si nutrivano solo di polenta e radicchio, andando incontro allo spettro della pellagra. L’unico svago era la messa domenicale e l’istruzione era un miraggio. Le condizioni di ignoranza in cui crescevano i giovani sono testimoniate dal martirio della giovane Maria Goretti, poi canonizzata da Pio XII, violentata e uccisa a 12 anni da un poco più che coetaneo compagno di campo.

E ’spontaneo dunque tracciare dei parallelismi tra i coloni del fascismo e i moderni braccianti dell’Agro Pontino e si potrebbe dire che quest’ultimo ha sostituito il primo. Purtroppo però, la situazione dei moderni braccianti è addirittura ben peggiore di quella dei coloni fascisti. Questi ultimi ricevevano comunque case coloniche e ettari da coltivare (comunque controllati da un fattore e di proprietà statale), potevano richiedere all’ente governativo specializzato generi di cui avevano bisogno e cure mediche. I più fortunati ottenevano addirittura di poter mandare i bambini con problemi ai bronchi nelle colonie estive di Terracina o alle terme venete di Abano. I moderni braccianti dell’Agro Pontino, invece, sono trattati peggio dei tempi del fascismo. Non hanno diritto a nulla e sono sfruttati al punto che, come nel caso della comunità sikh, arrivano a far uso di droghe per affrontare le loro terribili giornate. E tutto questo nemmeno per un’opera grandiosa di risanamento che, sebbene sostenuta dalla criminale ideologia fascista, era comunque destinata ad accrescere il benessere economico dell’Italia. Lo sfruttamento dei braccianti africani, nella migliore delle ipotesi è finalizzato a portare pomodori e verdure sulle nostre tavole, nella peggiore a ingrandire la criminalità organizzata.

In un’epoca di intolleranza come quella che stiamo vivendo, si preferisce pensare gli immigrati responsabili di ogni problema piuttosto che aprire gli occhi sulla malavita locale che li sfrutta per i suoi affari illeciti. I politici attuali preferiscono minacciare di chiudere i porti, iniziativa peraltro molto difficile da realizzare, piuttosto che intervenire con decisione contro lo sfruttamento del caporalato, i cui responsabili non sono profughi africani o stranieri ma italiani. Il profitto fa chiudere gli occhi e chi ci rimette è sempre il più povero e disperato.

L’Agro Pontino ci dimostra quindi che il passato non ci ha insegnato nulla: allora i coloni del fascismo, oggi i braccianti della malavita. Nulla è migliorato. La storia si ripete, anzi, è peggiorata.

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