Amos Oz, onesto cantore di Israele

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Il 2018 finisce con la scomparsa di un gigante della letteratura. Amos Oz, il grande quanto onesto cantore di Israele, ci ha lasciati. E mancherà … eccome se mancherà.

Prendiamo un ragazzino tredicenne, brillante e irrequieto come pochi pensano possibile a quell’età. Immergiamoci nella Gerusalemme del 1952.
Pensiamo a un padre, erudito bibliotecario, conoscitore di ben 16 lingue, ma, come contrappasso alla sua grandezza intellettuale, di carattere dispotico e ideologicamente di estrema destra. Immaginiamo una madre, colta, capace di leggere, scrivere e parlare in 7 lingue, e la cui cultura è arricchita da infinite letture di classici. Madre dal cuore da esule, che prova a difendersi dal suo personalissimo nemico, la depressione, che la visita spesso, fino al punto in cui arriva l’irreparabile fine: si toglie la vita.
Per Amos Klausner, il ragazzino tredicenne citato in apertura, è un colpo tremendo, un punto di non ritorno. Non solo deve fare i conti con l’assenza della madre ma deve affrontare solitario la presenza ingombrante e difficile del padre. Si ribella, addirittura rifiuta il proprio il cognome (ora si fa chiamare Oz, che vuol dire «forza») e va a vivere in kibbutz. Per lui, precoce idealista e pacifista, la lettura del mondo in generale e di Israele in particolare, è chiara: la guerra non è una soluzione.
Stiamo scrivendo di Amos Oz, morto la settimana scorsa a 79 anni, ma anche del «suo libro più suo»: «Una storia d’amore e di tenebra», scritto nel 2002. Uno dei romanzi più importanti del terzo millennio, una saga familiare che è contemporaneamente e mirabilmente anche la storia di un paese troppe volte finito sulle pagine dei quotidiani per tristi e meste ragioni. Una narrazione che prende il lettore alla prima pagina e lo accompagna fino alla 627ma, un libro che una volta accantonato … rimane dentro lo stesso. Tant’è che nei giorni successivi alla partenza di Oz chi scrive l’ha ripreso in mano, dopo quindici anni dalla prima lettura, e subito si è sentito come quando si rincontra casualmente un vero amico dopo tanti anni: in immediata sintonizzazione. Perché la scrittura di Amos Oz è davvero potente: il suo esercizio della memoria non lascia spazi a tergiversazioni interiori o balbuzie riflessive: il personale e il corale si incontrano, scontrano e fondono più volte. Il personale e il politico sono facce di una sola moneta, quella del compromesso intelligente o, se si preferisce, della convivenza tra popoli. Accompagnato in questa pratica da altri due grandi scrittori israeliani: David Grossmann e Abraham Yehoshua.

Amos Oz, avesse anche solo scritto la «sua» storia, quella di «amore e tenebra», è l’ultimo dimenticato dagli accademici di Svezia. Una lunga lista, nemmeno tanto infame (Borges, Calvino, Roth… bastano questi nomi per rendere l’idea). Invece ha scritto anche tanto e tanto altro: la sua copiosa produzione in italiano è stata stampata da Feltrinelli. Ma ci piace qui insistere su «… amore e tenebra» una storia «piena» di cose e concetti (immigrazione, multiculturalismo, socialismo, i kibbutz, i rapporti tra arabi e israeliani, la shoah… ) e sempre in magico equilibrio tra apparenti estremi: è rabbiosa e commovente, tenera e dolente, ironica e ferocemente tragica. Una storia vera ma anche un classico: in pratica è l’unica opera del terzo millennio che ha spinto i critici a sussurrare, quale nome di paragone, l’irraggiungibile Tolstoj. Un libro da leggere per capire meglio, e di più, quanto sia accaduto e accade in Israele. La voce dell’ intelligenza emotiva, una specie di grido di adolescente, sulla storia troppo insanguinata. Uno scavo familiare di 120 anni ricco di personaggi memorabili (sognatori, studiosi, uomini d’affari falliti, poeti egocentrici, impenitenti donnaioli, pecore nere e brillanti oratori, anarchici e conservatori) e di rapporti contraddittori con l’Europa (amore e tenebra), con quella persistente paura di un altro genocidio di ebrei, questa volta in Israele (firmato da chi? arabi (A maiuscola), inglesi, cristiani, islamici? ). Un libro che lascia tracce profonde nel lettore.

«Ogni morte comporta una diminuzione»: quella di Amos Oz risulta essere pensante. Significativa la sua confessione rilasciata in un’intervista (portata alla luce da Roberto Antonini su «La Regione» del 31 dicembre scorso: «Amo Israele ma Israele non mi piace». Detta da lui, il principe della convivenza e del compromesso, questa frase fa riflettere.

«Una storia di amore e di tenebra», 2002, di (senza di) Amos Oz, trad. Elena Loewenthal, ultima edizione (?) Feltrinelli 2015, pag 627. (virgola) Euro 15,00.

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