Ares

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I lettori più assidui ormai lo avranno capito: ho una passione per qualunque cinema non sia americano. Non per cattiveria, ma semplicemente perché è difficile che da Hollywood esca qualcosa di davvero diverso. Gli americani hanno inevitabilmente valori diversi, timori diversi, eroi diversi. Per questo “Ares”, ambientato e prodotto in Francia con un budget di appena 4 milioni di euro, si è scavato una nicchia nella mia videoteca personale.

Quali sono i timori degli europei? Come si immagina un futuro negativo il cinema francese? Ares è ambientato nel futuro, un futuro tetro, una Parigi di baracconi e banlieue, in un Paese dove oltre metà della popolazione è disoccupata, e il potere è ufficiosamente detenuto da potenti multinazionali farmaceutiche, che vanno effettivamente a formare un regime. Ma le turbolente masse vanno irretite, e dove non riesce la violenza riesce lo sport; le case farmaceutiche finanziano dei campioni, dei combattenti pesantemente dopati, che si scontrano disarmati su un ring – il vincente mostra che i prodotti della sua casa sono migliori.

Reda, un combattente caduto in disgrazia e disilluso verso ogni possibilità di cambiamento, sarà avvicinato alla causa rivoluzionaria dalla giovanissima nipote, in grado di conservare nella sua giovinezza il seme della ribellione. Reda, per via di numerose vicende che non voglio spiegarvi, scoprirà di avere la possibilità di colpire al cuore la più potente di queste corporazioni, diventando il nuovo volto dell’insurrezione, l’icona sotto cui combattere.

Un ritratto di una struttura sociale che colpisce nel profondo, risultando tanto plausibile, nella sua varietà quanto nel suo degrado. Ritratti emotivi sorprendentemente dettagliati, che rendono possibile allo spettatore di comprendere e immedesimarsi nel modo di pensare di tutti i personaggi. Il tutto accompagnato da visuals che riescono a fondere il classico tema distopico-futurista-neon alla “Blade unner” con paesaggi tipici delle capitali europee, come le strade acciottolate o gli edifici storici. Interni che riescono a far trasparire la miseria e la pochezza anche da un design apparentemente nuovo e moderno, costumi che ipotizzano un futuro in cui, tutto sommato, l’emancipazione culturale e sessuale ha fatto passi avanti, e una serie di altri squisiti dettagli indice dell’amore e della cura investiti in questo film.

A mio parere, una pellicola che si finisce per riguardare un paio di volte, uno di quei film che ti vengono in mente quando pensi “che noia, stasera mi guardo un film. Cosa potrei cercare?”.

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