Caro Lorenzo, siamo i tuoi cugini

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Siamo una “comunità di cittadini figli dello stesso territorio”. O se preferite il vecchio motto: una faccia, una razza. A dirlo sono due deputati del Movimento Cinquestelle che hanno deciso di disapprovare a mezzo stampa i toni e la dura presa di posizione del solito Lorenzo Quadri che, in più di un’occasione, ha esortato il Governo ticinese a entrare a gamba tesa sulla questione ristorni. In pratica, secondo lui, andrebbero bloccati punto e stop.

Non dello stesso avviso sono invece il varesino Niccolò Invidia e Giovanni Currò eletto a Como, entrambi convinti che la misura caldeggiata dal bilioso direttore del Mattino andrebbe contro gli accordi internazionali sottoscritti dalle due parti e in vigore dal lontano 1974. Ma, nelle parole dei due, c’è soprattutto la volontà di stemperare i toni. E di unire anziché di dividere.

“Consideriamo il territorio italo-svizzero come una Comunità di cittadini impossibile da scindere e continueremo a lavorare per una maggiore integrazione economica con chi vorrà dialogare con noi. La storia parla chiaro, dal ’74 ad oggi i nostri territori hanno dimostrato una grande sinergia in un incrocio di domanda e offerta di lavoro per lo sviluppo reciproco e di questo ne hanno potuto solo giovare”.

Parole, quelle dei due deputati pentastellati, che per il nostro Lorenzin Divin Codino sono sembrate manna caduta dal cielo. Parole che non ha potuto non dribblare immediatamente con il suo proverbiale tatto. Con la classe e il fair play di un dobermann che azzanna un chihuahua. Ma quale sviluppo reciproco o, peggio, italiani e ticinesi figli della stessa terra. Non scherziamo, dai.

Io non condivido inascoltabili boiate quali il presunto “vantaggio reciproco” della libera circolazione delle persone, che ha portato vantaggi solo a voi, mentre ha devastato il mercato del lavoro ticinese.” Ha tuonato la bocca della verità leghista su Facebook, puntualizzando che non esiste nessuna comunità italo-svizzera.

Soprattutto se si considera che a causa di un cancro chiamato frontalierato “i nostri concittadini vengono soppiantati e confinati in disoccupazione prima ed in assistenza poi. E i nostri giovani sono costretti ad emigrare come accadeva cent’anni fa.” Sì, perché quelli ci rubano il lavoro e noi, dalla disperazione, finiamo tutti a Mendrisio. Ma non al FoxTown, però. Al neuropsichiatrico.

Insomma, il solito vecchio giochetto nel quale il nostro nemico amatissimo ci sguazza. Quello del dagli all’italiano, meglio ancora se frontaliere. Perché al nostro amico delle lobby fa comodo raccontare, una volta di più, la solita favoletta di sempre. Quella che narra di come la precarizzazione del mondo del lavoro, in Ticino, è colpa di chi è sfruttato, non certo di coloro che hanno il coltello, o la frusta dalla parte del manico.

Già. Perché se il lavoro si è fatto sempre più mercenario la responsabilità non è mica di chi ha fatto scorpacciata di frontalieri e s’è arricchito senza vergogna. No. La colpa è di chi per una paga da fame continua ad accettare impieghi vergognosamente sottopagati. Chi invece di vergogna non ne ha nemmeno per sbaglio è certa politica. È chi ha fatto di tutto affinché nulla cambiasse, pronto a mozzar teste piuttosto che mettersi a curare il mal di denti.

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