Chi gioca doppio con gli ultras?

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In un intervento in materia di “sport” apparso sul CDT il poeta e docente Fabio Pusterla racconta di uno studente modello che durante una passeggiata gli confida di essere “un tifoso sfegatato di hockey” anche se dell’hockey in sé “non gliene importa nulla”. Certe volte non entra nemmeno alla Resega, ma va al parcheggio del centro commerciale armato di catene ad affrontare la fazione nemica per il gusto di picchiare. Medita anche di armarsi di coltello: (“e bramavano di massacrarsi l’un l’altro con il ferro puntuto”- Omero). “E se arriva la polizia” – chiede Pusterla. E lui: “la polizia conosce tutti ma lascia fare, meglio qui che in piazza Riforma”.

Entro certi limiti, vero. O vero sino a poco fa, quando i fatti delle Valascia inducono Gobbi a intervenire. Ed è così in tutta Europa. Tutti i giornalisti sanno chi è il capo dei Viking della Juve (Loris Grancini) condannato a 12 anni per tentato omicidio, tutti sanno chi è è Marco Piovella leader dei “Boys San” interisti, e tutti sanno chi è Luca “Toro” Lucci un ultras milanista condannato nel 2009 a 4 anni di carcere per aver tolto un occhio al rivale interista Virgilio Motta. Tutti meno Matteo Salvini, che va a un raduno degli ultras milanisti ed è fotografato in atteggiamenti da pappa e ciccia con il “Toro”, tra l’altro appena uscito dal carcere dopo aver patteggiato un anno e mezzo per spaccio di droga. “Non lo sapevo”, si scusa Salvini e si scusa pure con la moglie e la figlia di Motta, suicidatosi 3 anni dopo aver perso l’occhio.

E per correre ai ripari (in tutti i sensi) convoca un super-vertice Stato-sport “su ultrà e razzisti” (“La Gazzetta dello sport”). Al termine del quale cancella la legge dei governi precedenti sui cori razzisti, sulla “discriminazione territoriale” (i “Vesuvio lavali col fuoco” contro i tifosi napoletani) sugli striscioni offensivi e si oppone alle disposizioni FIFA e UEFA che impongono la sospensione delle partite per cori razziali, come quelli contro il franco-senegalese del Napoli Koulibaly a Milano. “La prossima volta se non interviene lo Stato, ce ne andiamo noi,” comunica Ancelotti. Se ne dovranno andare davvero, perché Salvini dichiara la materia del razzismo e dei cori “scivolosa”. Auspica la costruzione di nuovi stadi con celle per recludere subito i teppisti, alla maniera della signora Thatcher. Che lo disse e lo fece.

Salvini è contro “le punizioni collettive che penalizzano i tifosi normali”. Alla fine del super vertice, incredibile ma vero, le parti si presentano separate: lo Stato con Salvini, Giorgetti e Molteni, il governo sportivo con Gravina e Miccichè, i quali dicono che gli argomenti sono stati “quasi del tutto condivisi”. Meno nel punto fondamentale, visto che i poteri calcistici “fedeli ai protocolli internazionali e alle regole UEFA” vogliono ” accorciare e semplificare la procedura per la sospensione di una partita in caso di cori discriminatori, prevedendo un primo richiamo con l’altoparlante a gioco fermo e a centrocampo, e un successivo richiamo negli “spogliatoi”. Dove immaginiamo che si trovino le squadre tolte dal campo dopo un primo richiamo senza esito. Insomma, si chiude su due posizioni opposte.

Su un punto si può essere con Salvini: quando chiama alla cassa le società per coprire i 40 milioni spesi ponendo in servizio 75000 agenti sulle spalle dei contribuenti. Il problema si pone anche dalle nostre parti.  E con ciò il cerchio del doppio gioco è chiuso: in primo luogo di chi non vuol toccare le “Sturmtruppen” neofasciste negli stadi. Il che è ben peggio della tolleranza entro certi limite di altri Stati europei (meglio spendere qualche soldo, interrompere il traffico, accompagnare i “tifosi” allo stadio, piuttostto ce averli in città a spaccare le vetrine). Ed è chiuso anche il cerchio dell’altro doppio gioco: quello delle società che conoscono bene i loro polli ma che li lasciano fare, perché fanno colore, spettacolo, intimidiscono i giocatori avversari e l’arbitro.

Prima di questo super-vertice i tifosi laziali, fascisti dichiarati, vengono fermati perché portano un enorme striscione in onore al povero Daniele Belardinelli, “figlio e padre esemplare” dicono la mamma e la moglie ” E può essere vero. Come è vero che l’allievo citato da Pusterla è uno studente modello. Che si trasforma in delinquente. Qualcuno, forse, ci potrà dire qualcosa sulla natura umana. Ma nel frattempo lo Stato deve difendersi e difendere la società civile che si reca allo stadio. A Roma gli ultrà laziali solidali con il camerata Belardinelli vengono bloccati. Minacciano lo sciopero della curva. Nel secondo tempo  la società tratta e li fa entrare senza striscione. Senza “curva” non si può. La società viene ricattata. Gli ultrà dimostrano di essere parte in causa. Se è vero, come dice Salvini, che ci sono 12 milioni di tifosi e 6000 teppisti con un “Daspo” (divieto di accesso) il problema dovrebbe essere risolto, o no?  Una bella contraddizione: a questo punto in curva rimarrebbe solo la brava gente che fa colore con i cori, i tamburi e gli striscioni. Ma non è così. E il problema non è risolto. 

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