È tornato l’uomo nero

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È tornato l’uomo nero. L’incubo ritorna, persistente, profondo come le spaccature della terra, sinuoso come un cunicolo. Un incubo di claustrofobia e di angoscia che non ci ha mai lasciati.

Ancora una volta, questa volta in Spagna, siamo confrontati con quello che sembra un mostro sorto dalle ancestrali paure del genere umani, il babadook, l’uomo nero, lo strigoi. Un uomo nero che ghermisce i bambini per trafugarli nelle viscere della terra.

Un bambino scivolato in un pozzo di trivellazione, 25 miseri centimetri di diametro per 110 metri di profondità, un abisso, un budello, un intestino di terra che ha risucchiato il piccolo Yulen, di due anni. 30 ore senza sapere niente, il papà José Rocio affida ai media la sua disperazione: per aggiungere sale al dolore, ha già perso un altro figlio di tre anni per un infarto.

Una storia che rimanda noi gente degli anni ’70 alla tragedia di Alfredino Rampi, il bambino caduto in un pozzo artesiano che divenne la sua tomba e che tenne col fiato sospeso e poi relegò al lutto una nazione. Scrivevamo tempo fa (leggi qui) in merito ad un altro triste incidente, fortunatamente con un felice epilogo, quello dei ragazzi thailandesi intrappolati dai monsoni in una grotta:

“(…) Quel bambino caduto nel pozzo fu la catarsi di un’intera generazione. Nessuno fra chi quell’episodio lo ha vissuto può averlo davvero dimenticato. Una storia che finì male. Malissimo. Non a caso da lì in poi, da quel trauma collettivo in diretta tivù, le cose non furono più le stesse. Cambiarono per sempre. E in parte, da quel pozzo, uscirono i media moderni. Aggressivi, invasivi e tossicodipendenti. Drogati di emozioni forti. (…)”

Oggi siamo di fronte di nuovo all’uomo nero. Siamo tutti qui a guardare nel buio di quel pozzo di 25 centimetri e ci rifiutiamo di immaginare cosa voglia dire essere li dentro per il piccolo Yulen che attende. Possiamo solo guardare José e piangere con lui, possiamo solo sperare in un miracolo in cui non crediamo. Le autorità stanno cercando di tirarlo fuori con l’unico metodo realisticamente possibile, scavare una galleria laterale che lo intercetti, anche se a tutt’ora non sanno a che profondità si trovi il bambino.

Ci sono cose spaventose sulla terra che calchiamo, e questa è tra le prime paure, quella della tomba, del pozzo divoratore. Nel sud Italia a protezione dei pozzi c’era la leggenda di Maria Longa, che con i suoi arti smisurati, dal fondo del pozzo ghermiva i bambini.

Ma questo buco non è nemmeno un pozzo, è un budello infame lasciato lì dall’incuria. Un tristemente duro e crudele buco, semplicemente un orrendo buco. Noi vogliamo comunque sperare, e riprendendo la fine di quell’articolo sui ragazzini asiatici, ripetiamo un augurio:

“(…) Perché quando riusciamo a salvare qualcuno che disgraziatamente si trova in quelle condizioni, non solo lo salviamo, ma lo facciamo resuscitare dalla tomba. Dagli inferi. Al punto che risulta essere una vera e propria rinascita…”

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