Joël Dicker, un vero mago della scrittura

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«Ma che bastrucco… », viene da pensare ogni 30 o 40 pagine. Il termine a cui pensa chi scrive sarebbe un altro, pur iniziando ugualmente con «bast…». Però è un termine che si pensa con un largo sorriso, con affetto e soprattutto con ammirazione. Stiamo scrivendo di Joël Dicker, il giovane scrittore ginevrino (classe 1985) a cui sono bastati tre romanzi per assurgere a star mondiale della narrativa. Celebrato in tutta Europa e, più ancora, negli States.

Il perché è presto detto: la sua scrittura. Che è furba, scaltra, capace di intrattenere il lettore e non mollarlo più. E questo per centinaia di pagine: i suoi 3 tomi fino ad oggi pubblicati si riconoscono subito, fra i tanti sullo scaffale, per l’inusuale mole.

Dicevamo che è furbo. Già, capace d’indurre il lettore a ipotizzare un colpevole, in un susseguirsi di prove e … quando si pensa di essere vicino alla soluzione almeno parziale della vicenda, ecco un piccolo avvenimento che ribalta tutto. E ancora, mentre un personaggio prende spessore, e intriga, e avvince, ecco un balzo temporale di un ventina d’anni e subito il minuscolo altare appena edificato si sbriciola. C’è un dettaglio insignificante, sottovalutato al principio? Ecco che un colpo di scena ribalta…

Davvero uno scrittore coi fiocchi, questo Dicker. Non si sa se etichettarlo tra i giallisti, gli intrattenitori di classe o gli irresistibili affabulatori. Un dato è però certo: conosce i segreti della scrittura e li applica quasi stesse giocando. A chi scrive piacerebbe molto poter vedere la probabile lavagna appesa sul muro dietro alla scrivania nel suo studio, con la progettazione della scaletta del suo romanzo. Probabilmente un geroglifico di freccette, quasi un merletto di San Gallo, che lui sa abilmente trasformare in un corpo omogeneo e compatto, perché un «page-turner» come lo sa fare lui è senza pari.

Con «La scomparsa di Stephanie Mailer» l’ambientazione è, ancora una volta, in America dove Joël Dicker imbastisce una storia moderna e affascinante, con un ricorso sfrenato, ma non eccessivo, al ritmo e un farmaceutico lavoro di montaggio e smontaggio. L’abbiamo già detto? È bravissimo. Con questo suo nuovo romanzo, per i lettori di lingua italiana tradotto (bene ma non benissimo) da La Nave di Teseo, l’autore conferma tutta la sua classe. Il riassunto? Facile a dirsi, meno a farsi. Siamo in un paesino poco distante da New York, dove una donna che sta facendo jogging viene ammazzata per strada. Siamo nel 1994. Poi, l’autore propone un salto temporale di trent’anni e i due poliziotti protagonisti della prima indagine sono di nuovo in scena, seppur per pochi giorni (uno dei due è a una settimana dal pensionamento). È proprio a quel punto che cominciano i fuochi d’artificio. Irresistibili.

Alla domanda sulla sua formazione, in occasione del suo esordio nel 2015 con «La verità sul caso Harry Quebert», Dickert confessa di avere avuto una cotta da quindicenne per Marguerite Yourcenar, poi di aver scoperto i classici russi. E, probabilmente, qui abbiamo detto tutto sulle sue fondamenta. È poi arrivato il cinema a nutrire quelle fondamenta, con il suo mettere in discussione tempi, punti di vista, flashback, con i suoi mutamenti di prospettiva e… e… .

Joël Dicker è bravo per davvero. Perché se scrivere «il romanzo di una vita» può accadere, come a lui nel 2015 (con «La verità sul caso Harry Quebert»), ripetersi è però molto più difficile. E lui l’ha fatto nel 2016 con …L’ultimo dei Baltimore», e poi ancora nel 2018 con questo «La scomparsa di Stephanie Mailer». Per i lettori una bella manciata di ore passate in viva e deliziosa compagnia dove c’è però anche quel raro spazio per il rincrescimento. Per questo «bast… » dalla bella penna.

«La scomparsa di Stephanie Mailer», 2018, Joël Dicker, ed. La nave di Teseo, pag 705. Euro 22,00.

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