La solitudine uccide

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Questa è una storia come tante altre, purtroppo: la vicenda di un uomo solo andatosene via in silenzio in un giorno qualunque. Un dramma antico, banale, ma sempre nuovo nel ripetersi.

Succede a Padova, città veneta in cui Giotto affrescò magistralmente la Cappella degli Scrovegni e il patrono Sant’Antonio fu omaggiato con un’imponente basilica; parte del ricco Nord Est d’Italia, motore industriale e industrializzato della Penisola.

In una fredda mattina di gennaio, in una villa ormai in rovina ma che porta i segni di un antico fasto, vengono ritrovati l’uno accanto all’altro privi di vita un uomo e il suo cane. La casa è gelida, perché da mesi o forse anni le utenze sono state tagliate, e l’uomo giace con indosso un cappotto pesante, sciarpa, guanti e berretto, evidentemente le uniche sue fonti di calore. Il cane, invece, riposa accanto a lui nella sua cuccia. Non si sa chi dei due sia morto per primo: forse l’uomo, e il cagnolino, da amico fidato, è rimasto a vegliarlo fino allo stremo; o forse il cagnolino, e l’uomo, settantenne e con problemi cardiaci, non ha retto al dolore e ha voluto seguirlo. La sola certezza è che l’unico parente dell’uomo, un cugino, non aveva più notizie di lui da giorni e, allarmatosi, ha chiamato la polizia fino alla macabra scoperta.

L’uomo non è “uno qualsiasi”: è Vittorio Mazzucato, personaggio di spicco in città perché erede della famiglia proprietaria delle Serre Italia, un tempo il più importante vivaio di Padova. I Mazzucato possedevano terreni, immobili e un negozio nel centro storico della città. Vittorio aveva una grande passione per le auto di lusso e i bei vestiti e sembra già di vederlo, negli anni d’oro dell’attività familiare, camminare elegante per le vie del centro storico o sfrecciare con una Ferrari sui colli che circondano Padova.

Vittorio Mazzucato era figlio di quel benessere economico di cui solo una nicchia di industriali poteva godere in Italia fino a qualche decennio fa, che li faceva ammirare da tutti con riverenza, invidiare e sembrare quasi delle moderne famiglie reali di provincia. Della ricca provincia che non ha nulla da invidiare alle grandi città, ma che, anzi, ne è il motore della crescita.

Il Veneto, soprattutto, ha fatto dell’impresa familiare il fulcro della sua produttività: Zoppas, Benetton, Rana, Marzotto, Polegato, Panto, De Longhi, Stefanel sono solo alcune delle famiglie che l’hanno portato ad essere una delle più ricche regioni in Europa, al pari o superiore alla Baviera. E che, a un certo punto, hanno annaspato tra i debiti, strangolati da tasse e burocrazia. Alcune si sono rialzate, altre non ce l’hanno fatta, sparendo per sempre dal panorama industriale.

I Mazzucato erano tra questi: negli anni ‘90 la loro azienda è fallita, non si sa bene come né di chi sia stata la colpa: i patavini ricordano bene quel bel negozio in centro città e giurano che fosse sempre pieno. La crisi non si percepiva, almeno dall’esterno, ma c’era e ha investito la famiglia come un fiume in piena.

Vittorio per ripagare i debiti deve vendere immobili e terreni. Gli rimangono solo alcune macchine di lusso e la bella villa di via Facciolini, dove si rifugia a vivere con la sorella. Dopo la sua morte, però, nel 2000, si ritrova solo. In quel momento, deve essere caduto il mondo addosso a Vittorio, perché alla crisi finanziaria si aggiunge quella personale.

La villa ora è vuota, le vengono staccate luce e riscaldamento. Vittorio si chiude in se stesso: chi lo vede in bicicletta per le strade del quartiere o al bar con lo stesso vestito elegante ma sempre più liso, dice che è silenzioso, introverso, che ha perso la voglia di vivere, senza mai perdere la sua dignità.

Più che per gli stenti, la disperazione che aveva nel cuore e la solitudine lo hanno portato via. Perché la perdita del lavoro e della famiglia, la crisi distruggono mentalmente e psicologicamente.

Vittorio, così come tutti coloro che hanno vissuto o vivono lo stesso dramma, si accorge che la vita è un soffio e a volte ingiusta e forse intuisce quali sono le cose che davvero contano nella vita.

Viviamo tutta la nostra esistenza rincorrendo obiettivi di studio, vogliamo guadagnare sempre di più, ci preoccupiamo di cose futili facendone un dramma, senza pensare che ciò che conta nella vita è altro. È la salute innanzitutto, ma soprattutto l’amore, la famiglia, una rete di affetti che ci sostenga nelle difficoltà materialmente e, soprattutto, moralmente. Il calore di un abbraccio, di una parola amica. A Vittorio mancava questo: qualcuno che potesse dargli conforto nelle avversità della vita, che potesse sostenerlo nel momento in cui la sua esistenza si è sgretolata sotto i colpi crudeli del tracollo finanziario.

Vittorio invece era solo. O meglio, aveva un cagnolino, silenzioso compagno che lo ha seguito fino all’estremo sacrificio, come solo gli animali sanno fare.

Ed è confortante pensare che quella sera Vittorio, che aveva anche problemi cardiaci, sentendo che la fine era vicina, ha indossato il suo abito elegante, sciarpa e cappello per il lungo viaggio e ha messo il suo cagnolino accanto a sé nella sua cuccia. Insieme allora hanno chiuso gli occhi verso l’ultima avventura: certi che in un’altra dimensione non sarebbero più stati soli e al freddo.

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