L’isola rossa

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Ieri marcava il sessantesimo anniversario della conclusione della rivoluzione cubana. Sessanta anni fa si concludeva l’epopea iniziata nel 26 luglio 1953, data dalla quale il movimento rivoluzionario prenderà il nome.

Erano momenti difficili; il mondo si stava faticosamente riprendendo dalla seconda guerra mondiale, in un clima che vedeva contrapposte le due sfere d’influenza delle superpotenze del periodo: gli Stati Uniti d’America, forti del loro ritrovato strapotere militare e economico, e l’Unione Sovietica, che sembrava pronta a bussare alle porte dell’Europa occidentale. Ce ne voleva quindi di coraggio, per un Paese praticamente nel cortile degli americani, per decidere che quello fosse il momento giusto per insorgere e tentare, contro ogni possibilità, di rompere le proprie catene e rovesciare il dittatore Batista.

Ma oggi non voglio parlare del passato, per quanto possa essere interessante e a tratti improbabile la storia dell’insurrezione cubana, partita da 82 ribelli stipati su una barchetta troppo piccola, con un fucile ogni 20 persone.

Vorrei invece parlare del presente, della realtà odierna di Cuba, della fiducia e del coraggio con cui i suoi abitanti continuano la rivoluzione. Continuano, perché Cuba, come già detto, si trova al centro dell’impero americano, cinta dal muro dell’embargo statunitense, ad oggi approvato, in seno alle Nazioni Unite, solo dagli stessi USA e dal loro cagnolino da guardia Israele. Raul Castro, fratello del compianto Fidel e leader del partito comunista cubano, ha parlato alla nazione proprio ieri. Un discorso che non si limita a crogiolarsi dei successi ottenuti, ma, in piena coerenza con quanto scritto sopra, lancia nuove sfide. “Non abbiamo più paura, la forza e le minacce non ci intimidiscono più”. Castro proseguirà il discorso condannando gli interventi americani sulle altre democrazie socialiste del Sudamerica, come il sostegno al sanguinario Pinochet o il terrorismo economico sul Venezuela, giusto per fare un paio di esempi. Un affronto senza precedenti, una mancanza di timore reverenziale che sembra davvero segnare un punto di svolta per il potere americano.

Oggi, Cuba prosegue nella sua missione, accumulando risultati positivi in un quadro globale dove ogni possibile statistica negativa sta salendo. Il nuovo programma di spesa governativo, ad esempio, è veramente da definirsi rivoluzionario; frutto del contributo di oltre 7 milioni di cittadini in migliaia di assemblee comunali, nei prossimi anni oltre il 50% delle risorse saranno spese per sanità e educazione gratuite – quante nazioni democratiche possono vantare un programma che rispecchia tanto fedelmente il volere del popolo? È per questo che si sta lavorando laggiù nei Caraibi, si lavora affinché i principi rivoluzionari rimangano in continua evoluzione, invece di essere circoscritti alla vita biologica di coloro che li hanno formulati.

Volevo sfruttare questo anniversario per dirvi questo: Cuba, e la sua rivoluzione, sono vive e ardenti. È dovere di tutti noi non permettere che un simile faro del socialismo cada nell’oblio politico, seppellito dagli articoli online sui cappellini della regina d’Inghilterra e sul test per scoprire che tipo di toast all’avocado sei. È nostro dovere raccoglierci intorno al coraggioso esperimento cubano, affinché il mondo sappia che un’alternativa esiste, che una società basata sulla sicurezza sociale e la cooperazione può esistere, e che non è troppo tardi per cambiare le cose.

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