Morte di un ladro di merendine

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Si chiamava Daniele Giordano, ma a Catania lo “usavano sentire” Serial Kinder, perchè invece che gioielli, denaro o preziosi rubava cioccolato e merendine della suddetta marca, e per questo era un sorvegliato speciale con obbligo di soggiorno Un ladro quasi da fumetto, o di qualche romanzo sulla “mala”, diremmo. Potremmo raccontare in modo romantico dell’ultimo suo furto a settembre, quello fatale, che aveva fruttato un fantasmagorico bottino di 68 confezioni di merendine e dolciumi dello stratosferico valore di 201 euro; potremmo dire della rocambolesca fuga, inseguito dal proprietario del negozio, e della resa finale alla polizia, che gli costava, questa volta, il carcere. Rapina impropria, è stato il reato contestato. Roba che nel nome stesso descrive la stravaganza del crimine commesso, roba che fa quasi sorridere.

E invece non c’è nulla da sorridere. Perchè Serial Kinder, in carcere per delle merendine, in quella prigione si è impiccato dopo 3 mesi. Ha preso un lenzuolo, lo ha appeso alle sbarre alla finestra, se l’è fatto passare intorno al collo e poi si è lasciato andare.

È morto così, un uomo, per 200 euro di dolci. È morto ucciso forse dalla vergogna, forse dalla depressione di un Natale passato dietro le sbarre, lontano da ogni affetti, in mezzo a criminali, quelli veri. E con lui, nelle carceri italiane, fanno 66 suicidi nel 2018.

Serial Kinder è morto ucciso da un sistema penale che non concepisce altre alternative alla carcerazione anche per reati lievi o di poco conto, un apparato che dello Stato esprime il volto puramente vendicativo, quello che soddisfa la pancia della gente, di quelli che evocano il carcere come punizione, quelli che butterebbero la chiave anche per bagatelle. Quelli, poi, che pensano che il carcere sia un albergo, che i detenuti facciano la bella vita mantenuti dallo Stato. Così bella che il tasso di suicidi fra i detenuti è 20 volte superiore rispetto a quello fra le persone libere.

La funzione riabilitativa della pena, ormai, è una barzelletta a cui non crede più nessuno: il carcere, nell’immaginario collettivo, serve a punire, segregare, vendicare la presunta offesa al corpo sociale. Parlare di diritti umani per i detenuti è ancora un tabù, nonostante le numerose condanne inflitte all’Italia dalla Corte Europea per i Diritti Umani. Chiedere condizioni di vita migliori, l’eliminazione del sovraffollamento, un maggior spazio per i rapporti affettivi con chi è fuori, l’implementazione di misure alternative alla reclusione, sembrano quasi richieste scandalose. Perchè è dura a morire l’idea che il reo, qualunque sia il suo reato, meriti non solo di essere privato della libertà, ma anche di soffrire il più possibile; sembra lontano un cambio di paradigma rispetto alla visione repressiva e vendicativa. E accade in Italia, come anche in Svizzera, dove dal 1 Gennaio dello scorso anno si va in carcere più facilmente (leggi qui).

In un sistema penale umano, Serial Kinder non sarebbe finito in galera per delle merendine. Era recidivo, è vero, ma chi si è preso la briga di chiedergli perchè lo faceva, di seguirlo, di capire il perchè di quella strana mania. Ma nell’Italia in cui si evoca la libertà di sparare a vista, sono domande che suonano vuote. Perchè Daniele Giordano, Serial Kinder per molti, ora se n’è andato appeso ad una finestra. “E qualcuno una croce col nome e la data su lui pianterà”.

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