Pravda za Davida: in piazza Krajina è vietato morire

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Il 25 dicembre è per tutti quanti noi il giorno di Natale. È l’albero addobbato e il presepe sul comodino. È il gran cenone che riunisce parenti vicini e lontani. È la nascita del Bambin Gesù per i più credenti e l’arrivo di Babbo Natale per i più piccini. È sinonimo di gioia, spensieratezza e bontà.

A Banja Luka il Natale non si festeggia il 25 dicembre, perché nella città bosniaca la popolazione è a maggioranza di fede ortodossa. Il 25 dicembre la polizia bussa alla porta di Davor Dragičević, il padre di David, e lo arrestano. Il movente? Ha chiesto giustizia per il figlio morto ammazzato.

La spirale della vergogna

Trova fine così l’occupazione di piazza Kraijna da parte del movimento spontaneo “Pravda za Davida” (Giustizia per David), dopo 275 giorni. È stato sgomberato l’altare in memoria di David, il ragazzo bosniaco ucciso in circostanze mai chiarite nel marzo del 2018 (leggi qui), ed entrambi i genitori sono stati arrestati, mentre la polizia in tenuta antisommossa ha caricato i manifestanti, pacifici e non violenti. (leggi qui)

La spirale della vergogna inizia la mattina, con il fermo di Davor Dragičević. La motivazione fornita dalle autorità è la creazione di un corteo non autorizzato davanti al parlamento della Republika Srpska (la regione a maggioranza serba della Bosnia, nata dopo gli accordi di Dayton). Si sa però che Davor era diventato una spina nel fianco per il governo serbo-bosniaco, troppo scomodo, troppo irriverente verso il potere. Da tempo si aspettava il momento giusto per poter mettere mani sull’uomo che a gran voce chiedeva di sapere la verità sulla morte del figlio, nonché le dimissioni dei vertici dell’ordine pubblico in RS, dal ministro dell’Interno Dragan Lukač, fino ai capi della polizia, colpevoli morali dell’omertà delle istituzioni. Tappargli la bocca significa fermare l’unica vera opposizione, sebbene apolitica, nel paese. Oltre a lui, vengono arrestati anche Suzana Radanović, madre di David, fondatrice insieme all’ex marito del movimento, e una dozzina di attivisti, fra cui quattro esponenti dei partiti di opposizione. È un paradosso tutto bosniaco, dove colui che chiede giustizia si ritrova in cella, mentre gli assassini sono in libertà, probabilmente con in dosso la divisa di chi dovrebbe proteggere i cittadini.

L’oppressione continua poi con lo smantellamento del “Davidovo srce” (Il “cuore di David”), l’altare a forma di pugno chiuso –simbolo di protesta- circondato da foto, fiori e candele in ricordo del giovane, che da più di nove mesi occupava Piazza Krajina. Non contenti, i servizi municipali hanno deciso di accanirsi contro i manifestanti, ordinando a un cordone di poliziotti, bardati di equipaggiamento antisommossa, di caricare contro le persone, fra cui molti anziani e bambini, giunti nella centralissima piazza per protestare pacificamente.

Ma i bosniaci non demordono e continuano la loro battaglia alla ricerca della giustizia, anche se le istituzioni della Republika Srpska tacciano il movimento come “illegale” e “non più tollerabile”. Pravda za Davida, come ulteriore segno di protesta per la difesa della libertà di manifestazione, sceglie di presidiare Piazza Krajina nonostante i diversi eventi di massa che si sarebbero organizzati in città. Salta così il concerto di Capodanno, le celebrazioni del Natale ortodosso il 7 gennaio e soprattutto, salta la parata militare in onore del Giorno della Republika Srpska il 9 gennaio, evento molto importante per la campagna ultra-nazionalista del partito di Milorad Dodik (attuale presidente della tripartita bosniaca).

La scomparsa di Davor

Dopo la manifestazione tenutasi a capodanno, Davor scompare nel nulla e ad oggi non si sa dove si trovi. Circolano diverse indiscrezioni. Inizialmente viene ipotizzato un secondo arresto, smentito puntualmente dalla polizia della RS. Altri, i più pessimisti, arrivano a supporre un rapimento attuato col fine di zittire per sempre quella voce fuori dal coro. In seguito viene diffusa la notizia di un possibile rifugio di Dragičević presso l’ambasciata del Regno Unito a Sarajevo. L’ipotesi è formulata soprattutto dai media vicini al potere, che da tempo accusano Londra, e l’occidente, di complottare contro la Bosnia e in particolare nei confronti dell’entità serba del paese. Questo a prova del pesante clima di paranoia e vittimismo che avvolge i piani alti di Banja Luka, dove il dovere di proteggere la cittadinanza è superato dal desiderio di alimentare paura ed insicurezza verso ciò che viene dall’esterno. Solo così Dodik può presentarsi come “salvatore del popolo”.

Una fondamentale eredità

A Piazza Krajina è vietato morire, motto simile al titolo della canzone che ha portato alla notorietà il cantante italo-albanese Ermal Meta, che dal palco dell’Ariston nel 2017 ricordava a noi tutti quanto fosse importante la disobbedienza. Disobbedire per trovare la salvezza, proibirsi solo quello che ci distrugge. Ma “vietato morire” non mi ricorda solo il testo di una canzone.

Già ai tempi del conflitto si soleva dire così. “È vietato farsi ammazzare dal nemico”. I militi si salutavano fra loro a denti stretti, prima di scendere di nuovo all’inferno, con una sigaretta stretta in una mano e il kalashnikov nell’altra. Il nemico che era il serbo, il croato, il mussulmano, il semplice sconosciuto, l’essere umano. La lista dei divieti per i civili era più lunga. Era vietato arrendersi, lasciarsi sopraffare da quella folle idea di correre in mezzo ai proiettili e farsi colpire a morte per smettere di soffrire, per ricercare quell’infinto attimo di pace. Era vietato uscire fuori dopo il coprifuoco o dare troppo nell’occhio. Era vietato distrarsi, fare –letteralmente- un passo falso, poiché poteva significare perdere una gamba, un braccio, la vita. Era vietato perdersi, ritrovarsi un giorno a capire che in guerra non sei più nessuno, se non un numero, un misero ammasso di carne e ossa, svuotato di tutta la sua essenza, umanità e dignità. Era vietato morire, sia dentro che fuori.

Oggi a 26 anni di distanza non si smette di dire che è vietato morire. È proibito arrendersi, smettere di chiedere giustizia per tutti quei ragazzi e ragazze uccisi da un sistema corrotto. David, Dženan, Danijela, Alen, Nikola, Jovan, Ivona non sono semplici nomi da buttare su un foglio di carta per farci un articolo Essi sono persone, giovani anime strappate troppo presto alla vita. Sono i così detti “casi silenziati”. Giovani come me, voi, i vostri figli, che un giorno escono di casa e qualche ora dopo, vengono ritrovati esanimi in mezzo ad una strada, investiti “accidentalmente” da un’auto, oppure in un prato, in un fiume, col corpo tumefatto e coperto di lividi, se non addirittura carbonizzato. E le famiglie in agonia, rivendicanti spiegazioni per simili tragedie, vengono poste di fronte all’unica conclusione a cui giungono sempre le autorità: “è stato un incidente”.

Banja Luka, Sarajevo, Mostar, Zagabria, Belgrado non sono semplici mete turistiche, sono solo alcune delle città post-jugoslave che chiedono di sapere la verità, decidendo di disobbedire a uno Stato colluso fino al midollo con queste morti, con questi omicidi, come del resto tutti i paesi nati dalla cenere della Jugoslavia.

Già, la cenere. La gente, la mia gente, è stufa di mangiarsi la cenere dell’odio e di bersi il fumo delle promesse elettorali. I bosniaci vogliono respirare aria pulita, trasformarsi in tante piccole fenici e rinascere dalle proprie spoglie.

Perché qui in Bosnia, che sia a Piazza Krajina, alla Baščaršija a Sarajevo o al ponte vecchio di Mostar, è vietato arrendersi.

È vietato morire.

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