Quel libretto cucito su un bimbo affogato

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Penso a quando i miei figli portano le note scolastiche a casa. Quella che in Italia è chiamata pagella, da noi più prosaicamente e anonimamente diventa il libretto. Alla consegna, estorta o volontaria, le possibilità sono due: o hanno cercato di fregarti o sono onesti. Se le note sono brutte tirano sempre fuori la storia che è solo un momento, ma sono già migliorati: “Perché il sore ha detto che il secondo semestre mi da il 4”.

Aspetta e spera.

Di solito prima di sfogliare il libercolo vai un po’ in trepidazione, speri sempre che vadano bene. A volte è così, a volte no. A volte li lodi a volte ti incazzi: “invece di giocare tutti i giorni alla playstation studiare di più no, eh?!”

Conosciamo tutti questo rituale che lega genitori e figli. Poi, però, quando la pagella è bella ti commuovi quasi, perché conosci e capisci la fatica e la passione che ci hanno messo, questi adorabili fessacchiotti, per raggiungere il risultato.

Non sappiamo come si chiamava quel piccolo immigrato del Mali di 14 anni affogato nel mediterraneo e la cui storia è stata narrata dalla patologa Cristiana Cattaneo nel suo recente libro “Naufraghi senza volto”.

Aveva la pagella cucita nel vestito quel ragazzino. Il suo unico tesoro, il suo viatico per un’altra vita. C’erano delle belle note su quel libretto, andava bene a scuola questo ragazzino, e probabilmente credeva che arrivando in Europa quei numerini accanto alle materie di studio gli avrebbero aperto qualche porta in più. Era fiero dele sue note, come lo può essere un quattordicenne che, magari ombroso, poi si apre in un sorriso sghembo quando gli fai i complimenti. Che belli quei sorrisi rubati, visti di contrabbando, nascosti dietro alla goffa timidezza dell’età.

Vi ricordate quando avevate quattordici anni? Come eravate ingenui, pirloni, alcuni più scafati ma tutti irrimediabilmente vulnerabili?

Quel libretto è una trave sulla nostra testa, perché anche i nostri figli ce l’hanno. Lo nascondono se è brutto, con l’assurda speranza che procrastinare il momento li salvi. Lo mostrano orgogliosi quando le note si inanellano in un crescendo che racconta la loro bravura. E se fosse un loro amico, quel bambino affogato, diremmo anche: “guarda il giovanni che belle note che ha!”.

È sbagliato fare paragoni, ma alla fine per esasperazione li fai sempre. “guarda tua sorella, guarda tuo cugino, guarda quel bambino affogato che bravo che era.”

Guardate quel bambino affogato negli occhi bianchi, leggete il suo libretto, leggete la sua speranza che si è infradiciata negli abiti frusti. Leggete quello che il mare si è mangiato tra l’acqua e il sale.

Ringraziate la signora Cattaneo per il suo pietoso lavoro e perché ha avuto la forza umana ed emotiva di raccontarci la sua storia. Ricordate questo ragazzino per favore, fatelo, e nei vostri pensieri lodatelo per quelle belle note. Lui non può più sentirvi, ma i vostri pensieri sono l’unico epitaffio che avrà mai.

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