Salari, Paperoni e populismo

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Mentre l’ultimo rapporto Oxfam sulla ricchezza mondiale evidenzia che i 26 super ricchi del pianeta hanno lo stesso patrimonio della metà della popolazione mondiale più povera (circa 3.7 miliardi!), il Global Wage Report dell’International Labor Organization (ILO) rileva che, Cina esclusa, i salari reali (depurati dell’inflazione) sono cresciuti a un tasso annuo di appena 1,1% nel 2017, in discesa dall’1,8% registrato nel 2016. Si tratta del ritmo più lento dopo il 2008, periodo durante il quale la ricchezza dei Paperoni è raddoppiata (da 1125 a 2208 miliardi).

Ma perlomeno nei Paesi ricchi le cose saranno andate meglio? E invece no. Nelle economie avanzate del G20, i salari reali medi sono aumentati appena dello 0,4% nel 2017, rispetto alla crescita dell’1,7% del 2015. Mentre negli Stati Uniti i salari reali hanno registrato un rialzo dello 0,7% (rispetto al 2,2% nel 2015), in Europa sono risultati stagnanti, perché i piccoli incrementi in alcuni Paesi sono stati controbilanciati dalle contrazioni evidenziate in Francia, Germania, Italia e Spagna. Il rallentamento delle “storie di successo” come Germania e Usa è particolarmente sorprendente, visti i surplus di parte corrente in espansione della prima e la disoccupazione in calo e la rigidità dei mercati del lavoro dei secondi.

E in Svizzera com’è andata? I dati definitivi si fermano al 2017 ma sono comunque interessanti.

Nel 2017 l’indice svizzero dei salari nominali è aumentato in media del 0,4% rispetto al 2016 (+0,7% nel 2016 e +0,4% nel 2015), ma in termini reali sono calati dello 0,1%. L’andamento nominale conferma la tendenza alla moderazione salariale osservata dal 2010, con dei tassi annui che non hanno superato l’1%. Considerato il tasso d’inflazione annuo medio pari a 0,5%, i salari reali hanno registrato un calo del 0,1%.

Il livello del salario mediano lordo è passato da 6219 Fr. nel 2010 a 6502 nel 2106 con un incremento del 4,5%, mentre in Ticino si è passati da 5377 Fr. a 5564, con un aumento del 3,4%. Naturalmente si potrebbe andare anche nel dettaglio delle singole qualifiche e professioni ma la sostanza non cambia. I salari in termini reali non sono aumentati e il divario tra il nostro Cantone e il resto della Svizzera continua ad essere importante e con una tendenza all’aumento (da 842 a 939 franchi) ma, soprattutto, i salari ticinesi sono i più bassi tra le macroregioni esaminate.

In realtà questa è una tendenza di lungo periodo che non è facile quantificare perché il sistema di rilevamento dei dati è cambiato, ma la sostanza è quella. Inoltre, contrariamente a quanto viene predicato non è che ci sia un’evidente pressione al ribasso dei salari soprattutto tra le qualifiche professionali più basse. Anzi, il dato forse più eclatante è che il salario mediano è rimasto praticamente costante tra le qualifiche più elevate (8410 nel 2012, 8460 nel 2016) a dimostrazione della debolezza dell’economia ticinese che non sa creare attività ad elevato valore aggiunto, contrariamente a quanto proclamato con regolarità (senza un fondamento statistico).

Mentre la politica si prepara per la campagna elettorale, non si è ancora riusciti a definire quale deve essere il salario minimo, ma nemmeno a impostare una vera politica di crescita economica. Ma questa è una costante degli ultimi cinquant’anni.

D’altronde non è che noi siamo l’eccezione, come dimostrano i dati esposti all’inizio. L’unico obiettivo sembra essere quello di concentrare la ricchezza sempre di più nelle mani di un piccolo gruppo di privilegiati. Ma fino a quanto sarà possibile? Intanto ci sono i gilet gialli e i vari movimenti populisti. Poi si vedrà fino a quando le masse silenziose sono disposte a sopportare il sistema economico attuale.

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