Storia di ordinaria disumanità

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Il 25 ottobre 2018 un giovane nigeriano di 33 anni è morto dopo essersi gettato dal treno Chivasso-Novara per sfuggire ad un controllo della Polfer.

Probabilmente ciò che più temeva non era una multa perché non possedeva un biglietto, ma un’ispezione più accurata da parte della polizia. Il giovane, di cui non si conosce il nome e che lavorava come imbianchino nel Vercellese, aveva un permesso di soggiorno rilasciato per motivi umanitari e in attesa di rinnovo. Forse, il controllo dei suoi documenti non sarebbe neppure stato problematico. Si sarebbe trattato di una sorta di routine alla quale gli stranieri, specie se di pelle scura, vengono sottoposti di regola sui convogli. Il tempo di qualche domanda e la polizia avrebbe proseguito il controllo su altri passeggeri.

Invece, chissà cosa è scattato nella mente del giovane. Il ricordo del suo sbarco a Lampedusa nel 2011, del viaggio sicuramente penoso, ma, soprattutto, il terrore di tornare a vivere in un Paese da cui era fuggito, potrebbero averlo spinto a tentare la fuga dal treno, l’ultimo viaggio verso la libertà, stavolta conclusosi tragicamente.

La sua morte è stata salutata da una dipendente delle Ferrovie dello Stato di Santhià (Vercelli) con la frase: “meglio che si sia ucciso uno così che un altro”, come ha riportato sulla sua pagina Facebook Paolo Furia, consigliere Pd a Vercelli, spettatore casuale del triste dialogo.

“Uno così”: troppo nero, troppo povero per meritare di vivere.

Se la frase della dipendente sembra orribile, e lo è, purtroppo l’orrore non si ferma qui.

Infatti, a tre mesi dal tragico incidente, il corpo del giovane nigeriano giace ancora nella cella frigorifera dell’obitorio di Vercelli. Nessuno, né un parente-ammesso che ne abbia ancora e che siano stati avvertiti- né un amico ha rivendicato la salma e pagato le esequie. I funerali costano e il giovane evidentemente non aveva nulla. Un dramma della solitudine e della povertà al quale si aggiunge quello della indifferenza mascherata da ottusa burocrazia.

Il giovane è deceduto sui binari che attraversavano il comune di San Germano Vercellese, ma la sindaca Michela Rosetta nega che sussista una sua competenza. Tuttavia, un’agenzia funebre del paese le ha fatto recapitare una fattura di 540 euro e la Asl ha chiesto al comune di pagare il “funerale di povertà” del nigeriano. La sindaca ha però rifiutato e ha fatto approvare dalla sua giunta una delibera per tutelare il comune che “non può accollarsi spese non di sua competenza”. La prima cittadina ha poi chiosato aggiungendo che, sebbene le dispiaccia umanamente per un uomo che dopo tre mesi non trova sepoltura, del suo corpo dovrebbe occuparsi Bergamo, comune di residenza del giovane. La città orobica intano tace e il corpo dell’africano è ancora in una cella frigorifera.

In questa triste storia, però, un barlume di speranza viene da un consigliere dem del comune di Vercelli, Gabriele Molinari, che, sulla sua pagina Facebook, ha denunciato il rimpallo di responsabilità tra autorità e annunciato la sua volontà di sostenere le spese del funerale unitamente a chiunque voglia contribuirvi.

Secondo Gabriele Molinari, il comune avrebbe dovuto partecipare alle spese per un “atto di pietà”, che è “mancata in morte come è mancata in vita” e pertanto vuole occuparsi di far seppellire il giovane perché non può e non vuole accettare “di vivere in una comunità che trascura o rifiuta le più elementari forme di solidarietà”. Perché, conclude Molinari, il nigeriano “come ogni altra persona ha diritto a un funerale, a un saluto, a non rimanere dimenticato in un obitorio per mesi”: “una battaglia di civiltà e umanità”.

Proprio così: si tratta di civiltà e l’umanità, sentimenti nobili ma primordiali, insiti nell’animo umano da millenni. Il rispetto dei morti, anche e soprattutto nemici, era un valore fondamentale nella cultura classica. Nell’Iliade il re di Troia Priamo chiedeva ad Achille la restituzione del corpo di suo figlio Ettore, che l’eroe greco aveva ucciso in guerra. Achille, nonostante l’odio che provava per l’avversario, aveva restituito il corpo di Ettore al padre straziato, sia per rispetto della famiglia, ma anche e soprattutto della vita che è sacra sia che si tratti di un amico che di un nemico.

La nostra società, invece, sembra stia perdendo il più minimo senso di civiltà e, non solo non aiuta i più poveri in vita, ma preferisce voltare la faccia dall’altra parte anche quando questi muoiono, arrivando al punto di restare indifferenti se il cadavere di un giovane resta in una cella frigorifera per mesi.

Fortunatamente, l’iniziativa del consigliere Molinari ha riscosso molto successo su Facebook ed è consolante sapere che esistono ancora persone per le quali la solidarietà e l’umanità non sono parole prive di significato. In tanti hanno offerto spontaneamente il loro aiuto economico e si spera che ciò serva a dare al giovane nigeriano un posto dove poter degnamente e meritatamente riposare in pace.

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