Supercoppa dei veleni

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Nel giugno 2018, a Zurigo, è stato siglato un accordo tra la Lega Calcio di Serie A italiana e la General Sport Authority, ente governativo responsabile per lo sport in Arabia Saudita, che prevede la disputa di tre edizioni di Supercoppa italiana nell’emirato, nei prossimi cinque anni, dietro un compenso di 21 milioni di euro.

La partita tra Juventus e Milan verrà giocata il 16 gennaio prossimo a Jeddah, nello Stadio King Abdullah, dove è previsto un settore sportivo riservato agli uomini e un altro alle famiglie e donne.

Una vera e propria apartheid, con le donne discriminate rispetto agli uomini, a causa delle rigide restrizioni previste dal credo wahabita, corrente ultraconservatrice e retrograda dell’Islam sostenuta nel regno Al Saud. Per incassare il lauto compenso, La Lega Calcio italiana, ha accettato le regole imposte dai sauditi.

L’Arabia Saudita non è un Paese democratico, non vi è parità di diritti tra uomini e donne, è un Paese dove si pratica la pena di morte, si reprime il dissenso. L’Arabia Saudita è inoltre a capo della coalizione araba che sta perpetrando lo sterminio del popolo yemenita.

Se ci si scandalizza per gli ululati xenofobi e razzisti all’indirizzo di giocatori di colore che militano nel campionato di calcio italiano, come si dovrebbe reagire, almeno da parte delle autorità sportive e politiche, quando Milan e Juventus, accettando la generosa offerta di uno degli Stati canaglia per eccellenza in Medio Oriente, disputano la finalissima di Supercoppa a Jeddah?

Ci dovrebbe essere un solo modo: declinare l’invito, perché l’Arabia Saudita è uno dei peggiori Paesi dove si calpestano i più elementari diritti umani, sostiene e finanzia il terrorismo jihadista e imprigiona oppositori della dinastia e le attiviste per diritti delle donne.

I delitti sauditi, compreso l’assassinio del giornalista Jamal Kashoggi, non valgono 21 milioni di euro, stanziati dal cigno nero Mohammed Bin Salman per ospitare tre delle cinque finali della competizione calcistica; né i sette milioni di euro che le due squadre si spartiranno dopo aver giocato, con tanti ringraziamenti alla munifica Arabia Saudita. La data fissata per la finale si preannuncia affollatissima ( in tre giorni sono stati venduti 50 mila biglietti), il sold out è assicurato.

Il presidente della Lega Calcio e vice presidente della Federazione Gioco Calcio, Gaetano Miccichè, ha detto, tanto per giustificare l’ingiustificabile scelta di giocare a Jeddah: “il calcio fa parte del sistema culturale ed economico italiano e non può avere logiche nelle relazioni internazionali; l’Arabia Saudita è il maggior partner commerciale italiano nell’area mediorientale; il sistema calcio non può assurgere ad autorità su temi di politica internazionale, né può far scelte che non rispettino alla promozione del Made in Italy e dei suoi valori”. Insomma, il calcio è una merce, e forse questo è uno dei motivi della sua decadenza.

C’è anche una novità epocale, la notizia è proprio di ieri; l’Arabia Saudita fa un piccolissimo balzo in avanti sul fronte femminile e dice basta al divorzio segreto. Infatti, precedentemente, il marito poteva chiedere il divorzio senza che la moglie venisse interpellata, e neppure dopo il divorzio aveva l’obbligo di metterla in corrente; oggi la donna ripudiata dovrà essere avvisata, anche se solo a cose fatte e senza poter dire manco bah, una grandissima conquista per le donne saudite.

Questa nuova direttiva del Ministero della Giustizia mette fine ai cosiddetti divorzi segreti; i tribunali ora sono tenuti ad informare le moglie sulla sentenza di divorzio attraverso uno SMS. “Questo metterà fine a ogni tentativo di imbrogliare o impadronirsi dell’identità delle donne, di assumere il controllo dei loro conti bancari e proprietà, usando procure precedentemente emesse” ha sottolineato l’avvocato divorzista Somaya Al Hindi; la nuova misura garantirà a queste donne il riconoscimento dei loro diritti, compreso quello degli alimenti, una volta divorziate.

A causa delle continue violazioni dei diritti delle donne, la campionessa mondiale Anna Muzychuk, nel dicembre 2017, si rifiutò di gareggiare e difendere i suoi titoli mondiali di scacchi nonostante l’altissimo montepremi messo in palio da Riad. Anna disse “per non giocare secondo regole altrui, per non indossare il velo, per non essere scortata in giro e non sentirmi una sottospecie umana, ho deciso di non difendere miei titoli”.

I soldi non lavano sangue e persecuzioni, e lo sport, checchenedica Micciché, deve anche essere un veicolo politico di miglioramento sociale.

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