Foibe: tra le fessure dell’odio

Oggi il calendario segna il 10 febbraio, data in cui è stata istituita la Giornata del Ricordo, in memoria delle vittime italiane infoibate dall’Esercito di Liberazione Jugoslavo. L’Italia e la (ex) Jugoslavia, due nazioni legate indissolubilmente da una storia, secolare quanto sanguinosa, che negli anni ’40 sfocerà in un tragico epilogo. Perché i corpi gettati nella voragine della terra non sono altro che il culmine violento di un racconto feroce che trova il proprio inizio fra le fessure dell’animo umano.

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La Giornata del Ricordo è giunta alle porte. Nelle redazioni giornalistiche italiane ritornano gli articoli tematici, mentre in televisione vengono trasmessi documentari e fiction. I politici, di destra e di sinistra, si scoprono improvvisamente storici e, cercando di portare acqua al proprio mulino, propongono una propria interpretazione del massacro.

In tutto questo circolo di informazioni, che paiono più opinioni, non voglio aggiungere altra brace sul fuoco. Perché non sono una storica e il mio semplice pensiero non basta per rendere il giusto omaggio alle vittime, e tanto meno si può riassumere in così poche battiture un evento tanto complesso quanto ancor colmo di punti oscuri. Per di più non trovo giusto spacciare questo pezzo come informativo e poi parlare per approssimazioni, teorie e presupposti; soprattutto quando in ballo vi sono vite umane, che non possono, secondo me, essere riassunte in numeri abbozzati. Per questa ragione ho deciso di dedicarmi all’aspetto simbolico che risiede in questa celebrazione e di come esso sia stato assimilato nella cultura moderna slava.

Jugoslavia: il collasso che riportò alla luce gli eccidi

La Jugoslavia simbolicamente muore il 4 maggio 1980, insieme al suo presidente, il maresciallo Josip Broz Tito, personaggio carismatico quanto autoritario e controverso, che per circa 40 anni era riuscito a tenere insieme il groviglio di popoli che abitavano la Slavia del Sud.

La morte del presidente aveva lasciato un’intera nazione nell’incertezza più totale: la Jugoslavia entrò in una profonda crisi economica ed identitaria, e proprio in questo clima di insicurezza e frustrazione trovarono il proprio humus i nazionalisti, che di lì a poco avrebbero condotto il Paese incontro al suo tragico finale.

Per ottenere il potere i nazionalisti serbi e croati trovarono una serie di capri espiatori, imputando tutti i problemi a un determinato gruppo etnico. Così per i serbi la mancanza di liquidità delle casse dello Stato dipendeva dai croati, per i croati la colpa dell’alzamento dei prezzi della benzina era causato dagli sloveni, gli sloveni davano la colpa ai macedoni, i macedoni ai bosniaci e così via.

Poi vi era la riesumazione storica dei fatti avvenuti durante il secondo conflitto mondiale, nel quale il suolo slavo era conteso fra cetnici (serbi fedeli al re), ustascia (fascisti croati) e partigiani. Questi ultimi avevano sopraffatto i propri rivali, vincendo così la guerra e liberando il Paese. Ma parliamoci chiaro, per vincere una guerra non puoi riempire di fiori i cannoni, devi usare il pugno di ferro e questo spesso si traduce e si è tradotto in crudeli spargimenti di sangue. I vinti avevano fra le proprie file un immenso numero di perdite umane che i nazionalisti non esitarono ad utilizzare per capovolgere l’algoritmo che vigeva allora in Jugoslavia, ovvero: partigiano = buono.

Tra il 1983 e il 1985 vennero ritrovate, nell’entroterra jugoslavo, diverse fosse comuni risalenti alla Seconda Guerra Mondiale, di soldati cetnici e ustascia uccisi e poi gettati via dalle truppe titine. Queste fosse vennero denominate all’epoca foibe. Per i nazionalisti quindi nelle foibe non vi erano italiani ma croati e serbi. Questo falso storico aiutò la propaganda sciovinistica a fare breccia nelle menti della popolazione slava, tanto da riaccendere vecchie rivalità etniche e spezzar via, una volta pe tutte, i valori fondanti della Jugoslavia: fratellanza ed unità.

Gli anni 2000: un primo passo verso la verità

Con la fine della guerra fredda e con la formazione di nuovi Stati post jugoslavi, il tema delle foibe tornò a riscuotere l’interesse dei media, sia italiani che slavi. Slovenia e Croazia, dichiaratesi indipendenti nel 1991, erano due Stati neonati, che cercavano di costruirsi un’identità, il più lontana possibile dalla loro ex connazionale Serbia, e per farlo bisognava anche ricostruirsi una storia. Analizzare la Storia come singole nazioni e non come un unione di repubbliche, il ridimensionamento del ruolo e dei meriti partigiani durane la Seconda Guerra Mondiale, capire e affrontare i propri crimini di guerra, soprattutto quelli commessi contro le minoranze.

Il primo passo venne fatto dagli Sloveni, che nel 2001, insieme all’Italia pubblicarono la relazione della “Commissione storico-culturale italo-slovena”, allo scopo di mettere a punto un’interpretazione condivisa dei rapporti italo-sloveni tra il 1880 e il 1956. Studiosi autorevoli di ambedue le nazioni analizzarono le documentazioni e le testimonianze. Nel rapporto si conclude che

“tali avvenimenti si verificarono in un clima di resa dei conti per la violenza fascista e di guerra e appaiono in larga misura il frutto di un progetto politico preordinato, in cui confluivano diverse spinte: l’impegno a eliminare soggetti e strutture ricollegabili (anche al di là delle responsabilità personali) al fascismo, alla dominazione nazista, al collaborazionismo e allo stato italiano, assieme a un disegno di epurazione preventiva di oppositori reali, potenziali o presunti tali, in funzione dell’avvento del regime comunista, e dell’annessione della Venezia Giulia al nuovo Stato jugoslavo. L’impulso primo della repressione partì da un movimento rivoluzionario che si stava trasformando in regime, convertendo quindi in violenza di Stato l’animosità nazionale e ideologica diffusa nei quadri partigiani.”

La Giornata del Ricordo, una ricorrenza (purtroppo) tutta italiana

Nonostante i passi avanti fatti nei due decenni purtroppo la Giornata del Ricordo viene celebrata solo dall’Italia. Annualmente rappresentanti croati e sloveni si presentano in prima fila a rendere omaggio alle vittime italiane, eppure la loro è solo una presenza muta e di scena, visto la stragrande maggioranza della popolazione slava sembra essersi dimentica di tale avvenimento. Eppure fra gli infoibati troviamo anche molti sloveni e croati, ma nessun monumento o data in loro ricordo.

Sarà forse perché nei Balcani è ancor’ oggi in atto una sorta di riscrittura della Storia, una specie di restauro che, a seconda dell’etnia di appartenenza, si cerca di esaltare o sminuire i fatti. Non c’è quindi tanto da stupirsi se gli studenti croati, serbi e sloveni imparino tre versioni di Storia differenti, a seconda del proprio punto di vista. Nonostante il volersi distaccare dal passato comunista-socialista e il far l’occhiolino ai vecchi nazionalismi (rivalutando di conseguenza personaggi abbastanza controversi) il tema foibe fa ancora fatica a comparire sui libri scritti in serbo-croato.

Fra le fessure dell’odio

È sempre difficile farsi carico di un peso così importante come il ricordo di un eccidio. È arduo preservare la flebile fiamma della memoria, ed ancora più lo è far sì che essa rimanga integra e viva anche nelle generazioni future. È difficile non politicizzare il ricordo, il non cercare per forza un movente o un attaccamento ideologico ai massacri compiuti. Talvolta è persino difficile trovare il modo giusto per atteggiarsi, soprattutto quando appartieni alla stessa etnia degli aguzzini, come nel mio caso.

Sono per metà jugoslava e sono cresciuta coi racconti dei partigiani titini, primi fra tutti “gli Igmanci”. 780 partigiani che nel gennaio del 1942, per sfuggire dalle truppe tedesche della Wehrmacht, dovettero scalare la montagna bosniaca, fra il freddo rigido, la neve che arrivava ai polpacci e i compagni feriti da supportare. Gli “uomini dell’Igman” sono e rimarranno per sempre il simbolo e il cuore pulsante della resistenza, sia essa partigiana che non.

Lo stesso non posso dire invece per tutti quei partigiani (e non) che nelle regioni dell’Istria e della Dalmazia hanno compiuto massacri sulla popolazione italiana. Sto parlando di repressioni, arresti, deportazioni forzate ed uccisioni volti a punire l’italiano, il fascista, il ricco.

Del perché i titini abbiano compiuto le uccisioni esistono diverse “teorie”: c’è chi dice che lo abbiano fatto per questioni etniche “tu italiano sei lo straniero e sei tu che te ne devi andare”. C’è chi dice che era una questione puramente politica, la piaga nazifascista doveva essere debellata, a costo di versare anche sangue innocente; che Tito doveva ridurre all’osso la comunità italiana, così l’Italia non avrebbe più potuto avere pretese su quelle terre da secoli contese. Altri sostengono che abbiano agito mossi dalla vendetta: una resa dei conti per il ventennio fascista, per l’italianizzazione forzata, per i soprusi e le violenze verso la nostra popolazione.

Io dico che forse sono tutte queste cose messe insieme e in più vorrei porre la mia riflessione, probabilmente molto più semplicistica e banale.

Quanto devi odiare una persona per arrivare ad ucciderla e a buttarla giù in un fosso, come fosse un sacco della spazzatura? Quanto è subdolo e facile provare odio?

L’odio è un sentimento che si annida nelle pieghe dell’animo umano, e se non ce ne si cura, esso cresce sempre di più dentro di noi. Ci rende bestie, ci rende capaci di tutto. Ottant’anni fa l’odio ha preso il sopravvento sulla ragione e ha trasformato, per sei anni, il mondo in un inferno.

Forse è stato un massacro a fondo razziale, politico, sociale e storico. Ma forse la verità sta anche lì, fra le fessure dell’animo umano, nell’abisso oscuro che tutti abbiamo.

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