Un simpatico test per il ticinese depresso

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C’è una malattia che s’insinua sottopelle come un’ombra. Subdola e infida. Colpisce un ticinese su 10. È il cosiddetto male oscuro, cioè la depressione. Ecco perché il DSS, nelle prossime settimane, distribuirà un opuscolo informativo per sensibilizzare la popolazione tutta proprio su quest’argomento piuttosto spinoso. “Il primo rimedio è quello di non avere paura e parlarne”. Sono queste le parole con le quali, Paolo Beltraminelli, ha aperto la presentazione della campagna promossa dal dipartimento di cui è a capo.

La depressione e il disagio psichico sono come una ferita che va curata. A partire dalle parole. Perché ciò che frena il depresso non è la paura, caro Paolino, ma la vergogna di dover ammettere di aver bisogno di un aiuto. Di non potercela fare da solo. La cosa in assoluto più difficile è ammettere di essere depresso. Accettare di avere una ferita di cui prendersi cura. Perché sono ancora troppi coloro che stringono i denti fino a far sanguinare le mascelle senza neppure prendere in considerazione l’ipotesi di essere in difficoltà. Di faticare a vivere.

Perciò, Paolino caro, le parole sono importanti. Come lo sono pure gli strumenti adoperati per stanare il babau da sotto al letto. Per andare oltre alla questione, anche culturalmente. Ecco perché non mancheranno neppure le serate pubbliche nelle quali si affronterà la cosa. Si proverà a circoscriverla. A riconoscerla. E testare il proprio blues, non potrà che essere di stimolo. Un aiuto a riflettere sul proprio stato d’animo.

Ma se poi gli spunti su cui riflettere sono del tipo: “Pensare che sarebbe meglio morire o farsi del male in qualche modo. Segni la sua risposta con una X”. Da 0, mai, a 3, quasi ogni giorno. Il dubbio che ci si trovi ad avere a che fare con un elefante in una cristalleria è francamente più che lecito. Ma vi pare davvero che un depresso ammetterà mai a se stesso di volerla fare finita e di avere pensieri mortiferi rivolti a se stesso?

Francamente siamo a punto e a capo. Le altre domande del test, in ordine sparso, sono “Sentirsi giù di morale, depresso o disperato”. C’è poi “Difficoltà a concentrarsi su qualcosa, per esempio leggere il giornale o guardare la televisione.” E ancora: “Difficoltà nell’addormentarsi, nel dormire senza svegliarsi, oppure nel dormire troppo” o “Scarso o eccessivo appetito”. Già.

Così il dubbio è che se la cura di una depressione solitamente inizia nel momento in cui chi si trova a soffrirne ammette il problema, finché il problema sarà semplificato, banalizzato, testato con superficialità, decontestualizzato, travisato e trattato con la stessa sufficienza con cui si affrontano quotidianamente solitudine e sofferenza, poco o nulla cambierà. E a urlarcelo in maniera impietosa sarà, ancora per molto tempo, il tasso di suicidi tra i più alti al mondo.

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