1979: quarant’anni fa, un anno di rivoluzioni musicali

Di

Le cifre tonde fanno sempre un certo effetto simbolico quando si parla di tempo. E in particolare, alcune sono dei veri e propri checkpoint, delle tacche sul muro del tempo. E quarant’anni sono un periodo carico di significati: sono gli anni passati nel deserto dagli Ebrei prima di raggiungere (o occupare) la Terra Promessa, sono l’età simbolica della maturità di una persona, c’è chi ci ha fatto un film, “I miei primi quarant’anni”. E musicalmente, sono quel lasso di tempo che rendono “storico” un album, o un esordio di una band: e quarant’anni fa, appunto, di cose ne sono successe.

Il 1979 è un anno chiave nella storia della musica, un’annata di grandi esordi e di immensi capolavori che si intreccia con eventi e fenomeni storici rilevanti.

La parte del leone la fa, come spesso accade, la Gran Bretagna: il 1979, storicamente, è l’anno dell’affermazione dei conservatori e soprattutto di Margareth Tatcher, dopo 15 anni di quasi ininterrotto governo laburista (tranne la parentesi dal 1970 al 1974).  E all’ascesa dei conservatori fa da specchio il declino, o la stabilizzazione, se vogliamo, dell’ondata del punk ‘77, con Sid Vicious che mette la parola fine alla sua vita, e probabilmente all’essenza nichilista del movimento, in un bagno di New York in febbraio. E dopo lo tsunami punk e le sue istanze distruttive di un paio di anni prima, arriva il “riflusso”, ci si inizia a guardare dentro, a guardare alla tragedia dell’esistenza umana al di là degli idealismi. Il suono di gruppi come i Sex Pistols si spoglia della sua violenza sonora, raggelandosi in suoni scarni e spesso elettronici, colonna sonora di atmosfere angoscianti e testi che raccontano il vuoto esistenziale seguente alla stagione delle lotte: nasce la darkwave, con il folgorante debutto dei Joy Division con Unknown Pleasures e dei Cure con Three Imaginary Boys. E se Robert Smith restavano ancora su atmosfere vagamente oniriche, seppur malinconiche, Ian Curtis già dal principio esprimeva, probabilmente, l’angoscia del vivere che l’avrebbe portato, solo l’anno dopo, ad appendersi alla rastrelliera di casa:

“Colori differenti, sfumature diverse
Su ogni errore che abbiamo fatto
Mi prendo la colpa
Così ovviamente senza senso
Una piastola carica non ti renderà libero
Ah, davvero? (New Dawn Fades)

Ed è, il 1979, l’anno in cui l’hard-rock degli anni ‘70, disprezzato e messo alla gogna dal punk, si prende la sua vendetta su di esso riprendendone proprio le ritmiche veloci e l’immediatezza associandole al virtuosismo tecnico e a testi sostanzialmente privi di grandi connotazioni politiche o esistenziali. Le creste colorate diventano lunghe chiome curate, le magliette strappate lasciano il posto al classico “chiodo” in pelle, nasce la New Wave Of British Heavy Metal: e a Leyton, a sud-est di Londra, un ragazzotto di nome Steve Harris, poco più che ventenne, con la passione per l’hard rock e con un modo di suonare il basso decisamente punk, mette su una band insieme a altri 4 giovanotti, ispirandone il nome a uno strumento di tortura medievale. Vergine di ferro, Iron Maiden, si chiamerà la band che in quell’anno inizia a farsi vedere in giro per poi piombare sulla scena, e nella storia del rock, l’anno successivo.

E i grandi gruppi del passato recente? In crisi i Deep Purple e i Black Sabbath, abbandonati dai frontman Ian Gillan e Ozzy Osbourne, in declino i Led Zeppelin, che perderanno Jon Bonham l’anno successivo, le band rimaste cercano un modo per sopravvivere al terremoto del ‘77. E se i Queen, con l’epocale disco dal vivo Live Killers, riassumeranno e supereranno la loro prima parte di carriera, quella più glam, per poi dar vita a un netto cambio di stile, a partire dal taglio dei capelli e dal nuovo look con i baffoni di Freddie Mercury, un’altra band storica coglierà lo spirito del tempo, regalandoci uno dei più grandi capolavori della storia della musica intera: il genio immenso di Roger Waters partorità la narrazione, tramite un personaggio fittizio, della storia dell’auto-costruzione attorno a sè di un muro verso l’esterno e le persone che lo popolano. The Wall, appunto, il manifesto dell’incomunicabilità e dell’alienazione moderna, che dopo 40 anni non è invecchiato di una virgola.

E il ‘79 si chiude, a dicembre, con un capolavoro punk postumo, quel London Calling dei Clash che riassume l’atmosfera dell’epoca e i mutamenti in arrivo, in bilico fra la paura per una possibile apocalisse nucleare dopo l’incidente di Three Mile Island e l’inizio del riflusso della protesta sociale e del conservatorismo tatcheriano

“Londra chiama, vedete che non c’è niente di così “swinging”
Tranne che il roteare di quel manganello
L’era glaciale sta per arrivare, il sole sta zoomando
L’attesa fusione nucleare, il grano cresce male
I motori si arrestano, ma io non ho paura”

Un anno di passaggio, insomma, quel 1979: il futuro, saranno i lustrini degli anni ‘80, a loro volta prodromi dell’uragano grunge dei primi anni ‘Novanta. Perché anche nella musica la storia si ripete, in cicli, corsi e ricorsi.

GAS è gratuito, perchè riteniamo fondamentale che il maggior numero di lettori possibile possa avere un’informazione alternativa rispetto alla stampa ufficiale.

Il nostro lavoro, tuttavia, comporta degli investimenti. Abbiamo scelto di non ricorrere alla pubblicità per non “sporcare” il sito con annunci pubblicitari, e mantenere la nostra indipendenza rispetto al mondo imprenditoriale ed economico. Ci sosteniamo solo tramite le adesioni dei nostri soci e le donazioni dei nostri lettori.

Se anche tu vuoi aiutarci ad andare avanti nel nostro lavoro di informazione indipendente e alternativa, puoi contribuire diventando socio di GAS oppure con una donazione libera. Grazie per il tuo supporto.

SOSTIENI GAS NO,GRAZIE!