Appunti sparsi sul turismo ticinese

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Il turismo ticinese è ancora in difficoltà. Non è certamente una novità. Basterebbe andare a rileggersi gli articoli di Daniele Besomi su Azione degli scorsi anni per rendersi conto che il turismo cantonale è in una lunga fase di crisi, iniziata negli anni ’80 e difficilmente reversibile senza affrontare il tema con onestà, cosa che non è mai stata fatta.

In primo luogo, bisogna essere coscienti che il turismo non è un settore economico importante (molto meno sia del 10% del Pil che dell’occupazione) e che genera un valore aggiunto, per addetto, irrisorio. Detto questo, possiamo anche ammettere che ha una certa importanza soprattutto nelle regioni periferiche.

Altro elemento da considerare è che la struttura turistica cantonale è obsoleta (salvo rare eccezioni) con strutture che non sono più al passo con i tempi. L’offerta è ancora centrata su una categoria di turisti (per comodità diciamo classe medio-bassa) non più interessata a quanto offre il Ticino, perché trova di meglio a poche ore di volo a prezzi decisamente inferiori e con qualità superiore.

Il primo passo sarebbe quindi di riposizionare l’offerta: o si punto su un turismo a basso valore aggiunto (tipo la costa romagnola, per intenderci) o si passa decisamente al livello superiore. Ma puntare sul turista ricco è difficile perché il nostro territorio è deturpato da anni di edilizia selvaggia soprattutto nel fondovalle.

Ci si era illusi che con l’apertura della galleria di base del Gottardo le cose sarebbero cambiate in senso positivo, ma è stata una pia illusione. Cosa dovrebbero venire a fare i potenziali turisti di giornata o del fine settimana? La spesa in uno dei tanti supermercati, passeggiare nei centri deserti dove c’è ben poco da vedere? Gustare la buona cucina ticinese? La risposta è pleonastica.

D’altronde non è che la promozione nell’era dell’informatica sia eccellente. Un paio di giorni fa mi sono deciso a percorrere in bici un percorso segnalato sul sito di Ticino Turismo, non lo trovavo e fortunatamente una gentile signora che passeggiava mi ha informato che era impraticabile da anni.

Basta dare un’occhiata al sito di ufficiale del turismo ticinese per rendersi conto che siamo ancora alla preistoria. La controprova: un semplice youtuber milanese è riuscito ad attirare in Val Verzasca più turisti di quanto abbiano fatto gli “esperti” in anni di promozione, costata ben più di una bazzecola. Poi che la promozione delle “Maldive alle porte di Milano” sia stata positiva è tutto da verificare.

L’organizzazione della promozione turistica è poi quasi patologica. In una regione di 380mila abitanti abbiamo un ente regionale e diverse strutture regionali, che certamente rispettano il campanilismo, ma il cui unico risultato è quello di creare costi. Basta l’esempio dei castelli di Bellinzona, dubito che al mondo ci siano altri siti patrimonio dell’Unesco che riescono a fare debiti così consistenti.

In realtà il turismo non è null’altro che lo specchio della nostra società, sia dal punto di vista economico che politica, società nella quale ci siamo autoconvinti di vivere una condizione che non esiste nella realtà. Pensiamo di avere un’economia competitiva, ma nella realtà abbiamo solo alcune imprese competitive mentre abbondano attività a basso valore aggiunto che stanno in piedi solo con aiuti diretti e indiretti da parte dello Stato e grazie ai salari indegni (frontalieri ma non solo); pensiamo di avere un alto livello della formazione ma nella realtà abbiamo un’università estremamente debole e la SUPSI che è diventata un calderone che fagocita tutto senza rilasciare poco o nulla; pensiamo di avere una classe politica di qualità mentre a dominare è la mediocrità (si veda l’intervista a Martignoni sul CdT del 27 febbraio). Ok, termino qui anche perché il lettore può proseguire per proprio conto. Il problema del Ticino è la mancanza di una visione comune, e il turismo è proprio l’esempio di come mile piccoli rivoli, alla fine, prosciugano il lago.

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