Dicci qualcosa, Tracy!

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Ci sono artisti che, volenti o nolenti, in tempi bui diventano dei fari che illuminano la via con le loro parole; scogli a cui aggrapparsi per resistere alla tempesta. I cosiddetti artisti impegnati sono spesso la nostra voce, quelli che si fanno carico di istanze civili e sociali, mettendoci la faccia in prima persona. Da loro, insomma, ci si aspetta che “dicano qualcosa di sinistra”, per citare Nanni Moretti, o che dicano qualcosa e basta.

E a essere oggetto di queste aspettative, oltre 30 anni fa, era una giovanissima cantautrice afroamericana e omosessuale di Cleveland, Tracy Chapman, che nel suo folgorante, omonimo album d’esordio, portava nelle radio degli USA e del mondo intero la sua voce profonda che raccontava gli  scenari e il disagio delle classi medio-basse americane.

Ma, a differenza dei suoi predecessori  nel cantautorato americano, da Bob Dylan a Joan Baez,  Tracy non è, e non è mai stata una battagliera, una da barricate, ha un carattere schivo e riservato. La sua rivoluzione non è urlata ma sussurrata, come un coro silenzioso che man mano cresce di intensità, quello della fulminante Talkin ‘bout a Revolution, traccia d’apertura del primo album:

Non lo sai, parlano di rivoluzione
pare un sussurro
Mentre sono in coda per il sussidio,
mentre piangono alla porta degli eserciti della salvezza
mentre perdono tempo agli uffici di collocamento
mentre non fanno niente aspettando una promozione
I poveri stanno per ribellarsi
e prendersi ciò che gli spetta

E la hit Fast Car è un racconto di povertà e marginalità, di una figlia che lascia la scuola per occuparsi del padre alcolizzato abbandonato dalla madre, di una fuga con il fidanzato verso una nuova speranza e della frustrazione per il ripetersi di un destino cinico, con il fidanzato ora alcolizzato e lei nei panni di sua madre, a metterlo davanti alla scelta fra cambiare o andar via. E ancora, le storie di discriminazione e violenza domestica in Across the Line e Behind The Wall. E in tutto questo, lo spazio per una delle ballad d’amore più famose degli ultimi decenni, Baby Can I Hold You.

L’America della lotta e delle cause per i diritti civili e sociali sembrava aver trovato dunque una nuova eroina, ma al carattere non si può comandare, e Tracy Chapman, dopo il successivo, e positivo Crossroads, smarrirà un po’ la strada degli esordi, pur con buone prove nei lavori successivi, come Bang Bang Bang, duro testo sui bambini-soldato, o America, uno sguardo sull’imperialismo occidentale fin dai tempi dei Conquistadores.

Undici anni sono passati dalla pubblicazione dell’ultimo disco, l’intimista Our Bright Future, e in tempi come questi, di urla, di muri, di nuove discriminazioni e guerre contro i poveri, manca quella voce profonda ma al tempo stesso pacata, lo sguardo lucido sulle contraddizioni dell’America trumpista e del mondo invaso dalle Destre populiste. La voce di Tracy Chapman è tristemente assente, oggi, nei giorni in cui Trump costruisce muri e nel mondo il razzismo e l’omofobia dilagano come una nuova peste morale.

Ci manchi, Tracy, dove sei finita? Dicci qualcosa di sinistra!

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