Essere nero in Italia oggi

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Nonostante Salvini neghi ogni responsabilità, in Italia il clima è cambiato. Lo è profondamente. Episodi tristi e vergognosi di razzismo stanno ormai diventando la regola, in un contesto degradato, che può fare invidia all’Alabama di fine anni ’60.

Ogni giorno veniamo a sapere di fatti dolorosi, di ignoranza abissale e di cattiveria inenarrabile. I bersagli sono loro, quelli neri, senza distinzione di censo o professione. Il colore della pelle è sufficiente, anche se parli italiano e vivi nella penisola da 30 anni. O se sei un bambino di nove anni e un maestro ti mette all’angolo additandoti, o se qualcuno scrive slogan razzisti sotto casa tua e il ministro degli Interni dice che lo devi accettare perché è il sentire degli italiani.

Fanno ridere e piangere questi obbrobriosi episodi, sono stanco di scrivere di queste cose ma continuo e continuerò a farlo, perché è sempre giusto ricordare che c’è gente che non la pensa così, perché mio figlio, quando gli chiedo come mai la polizia lo ferma così spesso mi guarda con quell’aria tipo “…ma dove vivi, papà?” senza rispondermi. E quel silenzio mi pesa.

Foligno, scuola elementare di Monte Cervino: “Ma che brutto che è questo bambino nero! Bambini, non trovate anche voi che sia proprio brutto? Girati, così non ti devo guardare”

Dice il maestro, obbliga quel bambino africano a girare il banco e a disegnare un punto sulla parete. “fissa quel punto li”. Alcuni compagni si ribellano. La cosa viene risaputa, i genitori cominciano ad agitarsi. La questione assurge a rilevanza nazionale. Il maestro si difende dicendo che il suo era un esperimento sociale, per insegnare ai bambini cos’è il razzismo, peccato che quell’esperimento lo aveva fatto anche con sua sorella. Peccato che nessuno gli crede, visto che la sua bachehca Facebook è piena di sciocchezze tra le quali emerge l’astio per gli immigrati. Peccato che quei due post sulla Shoah apparsi subito dopo la polemica, a un minuto uno dall’altro, sanno tanto di presa per il culo. Il maestro insegna ancora, non è stato sospeso. In quella classe, coi due fratellini africani che probabilmente si guardano le scarpe per la vergogna, e coi compagni che hanno imparato a nove anni quanto può essere crudele chi dovrebbe essere un esempio.

Bakary ha 22 anni, è nero pure lui, adottato da una famiglia di Melegnano. Sotto casa sua appaiono scritte razziste, è già la seconda volta. La madre denuncia il fatto, asserendo che il clima di odio, anche fomentato da Salvini, sta facendo degradare il Paese. Bakary fino ad oggi non ha avuto problemi a Melegnano, dove è ben voluto e integrato. Il ministro Salvini risponde: “io rispetto il dolore di una mamma, abbraccio suo figlio e condanno ogni forma di razzismo…” finito qui? No, ora viene il bello: “…E la signora rispetti la richiesta di sicurezza e legalità che arriva dagli italiani, che io concretizzo come ministro.” Una precisazione idiota e senza senso, anche perché non si capisce come una presunta richiesta di sicurezza possa essere veicolata da scritte tipo “negro di merda”. L’assunto è che il razzismo degli italiani è giustificato. Con questa dichiarazione Salvini si fa bello facendo pat pat sulla testolina ricciuta dell’africano e al contempo dice agli italiani che hanno ragione ad essere razzisti. Un maestro.

Yakobu ha 51 anni, da 28 vive in Italia, ha due figlie al liceo. Yakobu lavora in una ASL di Napoli come mediatore culturale, l’altro giorno è stato aggredito da una baby gang, che da tempo lo aveva preso di mira, con dello spray urticante. È stato 45 minuti a terra in balia di quei ragazzini che lo tormentavano come delle iene tormentano un bufalo ferito.

“Mi hanno accerchiato, spruzzato lo spray urticante direttamente negli occhi e io non sono riuscito a reggermi in piedi. Sono caduto come un pezzo di legno, ho perso tutta la forza, non capivo più niente, non vedevo più nulla. Sentivo solo loro che continuavano a ridere e a ronzarmi intorno con i motorini.” Racconta Yakobu. Lui dice di non avere paura ma di essere scosso, e noi sappiamo il perché, vero? Quando succede a te ce la fai, sei abituato, pensi di avere i mezzi per sopportare, poi pensi alle tue figlie, anche loro costrette a crescere in questo mondo avariato.

E allora per loro abbiamo paura, per quelli che verranno, per quello che lasciamo loro, e i più colpevoli non sono i razzisti, ma gli indifferenti, come la direttrice della scuola di Foligno, che di sicuro razzista non è ma ha cercato fino in ultimo di non far scoppiare il caso. Per razzismo? No, quasi sicuramente per non avere rogne, per evitare che la sua vita serena avviata su bei binari ricevesse scossoni. Ma a volte la vita ti fa deragliare, scuote profondamente il convoglio della tua vita, e allora l’indifferenza, il non prendere posizione, diventa complicità.

Per questo io odio gli indifferenti.

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