Falsificazioni nucleari alla centrale di Leibstadt

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S’è scoperto solo recentemente che un dipendente della centrale nucleare di Leibstadt – nel Canton Argovia – ha falsificato i dati di alcuni dei controlli effettuati regolarmente all’interno delle struttura. In pratica l’addetto alla sicurezza, in più di un’occasione, si è trovato a fare copia e incolla di vecchi risultati dei test effettuati su tre apparecchi per il rilevamento delle dosi di neutroni.

Il furbone è stato subito licenziato. E i vertici della centrale nucleare hanno tenuto a precisare che pur trovandosi di fronte a “un grave errore” umano, la condotta truffaldina del loro impiegato non avrebbe messo in pericolo né la sicurezza delle persone e neppure quella dell’ambiente circostante. L’errore è stato banalmente scoperto quando sono cambiati i parametri di misurazione e i valori rilevati non risultavano più plausibili.

Già. Ma com’è stato possibile che una contraffazione di questo tipo sia potuta accadere? E quali saranno le misure correttive che verranno prese in questo senso? Al momento non è chiaro se l’addetto ai controlli abbia falsificato altri protocolli di ispezione, ma quel che è certo è che, sottovalutare la pericolosità del nucleare al punto di giocare coi dati significa, prima o poi, pagarne pesantemente le conseguenze.

Perché di energeticamente pulito, nel nucleare, non c’è proprio nulla se consideriamo le problematiche e i costi legati allo stoccaggio delle scorie. Non a caso la grande preoccupazione di una larga fetta degli americani è legata al fatto che l’amministrazione Trump, per abbattere i costi dello smaltimento dei rifiuti radioattivi, ha deciso di abbassare la classificazione di pericolosità in modo da poterli smaltire in modo più economico e senza star lì a tagliare il capello in quattro riguardo alla sicurezza.

Per chi, come me, è nato e vissuto in piena guerra fredda e – malgrado ricorrano i trent’anni proprio quest’anno – si ricorda come se fosse ieri della caduta del muro di Berlino, sa bene che lo scoppio di una guerra nucleare è stato l’incubo ricorrente di quegli anni. Ecco perché capitava di svegliarsi nel bel mezzo della notte con l’immagine di un fungo atomico ancora impresso nella retina. Senza contare poi il disastro di Chernobyl e le mille precauzioni che a migliaia di chilometri di distanza ci toccò prendere.

Perché all’epoca si cresceva a latte e Nesquik, ma soprattutto ci si nutriva dell’incubo di quella che sarebbe potuta essere una guerra termonucleare globale, vivendo quotidianamente la paura che una qualsiasi scintilla l’avrebbe potuta innescare. Paradossalmente, proprio oggi che quella guerra basata sulla strategia della tensione, su di una minaccia nucleare costante, sembra apparentemente passata di moda, il pericolo di disastri nucleari è ancora più vivo e presente che mai. Soprattutto se i primi ad abbassare la guardia sono coloro che dovrebbero vigilare sul mostro nucleare.

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